MARCO VOZZOLO.
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LA CORONA DEL RE LONGOBARDO.
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Parte 3.
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2016. Leone Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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CAPITOLO 14.
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Era pi forte di lui. Approfittando della confusione del cantiere, che era gi in piena attivit, il piccolo Antonio aveva appena rubato una mela dal sacco vicino al banco della questua.
La chiesa di Santa Tecla era a buon punto. Le pareti esterne erano state alzate e gi gli scalpellini stavano sulle impalcature per incidere le frasi che il prete aveva scritto loro su un foglio di pergamena riciclato. Colpi di martello, discussioni e il raglio degli asini coprirono l'urlo di rimprovero del prete, che si era accorto del piccolo latrocinio.
Il prete tir su la tunica con entrambe le mani, mostrando le gambe bianche, dall'evidente carenza di esposizione alla luce, e rincorse il moccioso riuscendo ad acciuffarlo dietro l'angolo.
(Antonio, questa frutta tolse la mela dalle piccole mani  per il pasto dei lavoratori. Si arrabbieranno molto con te lo rimbrott.
Gli occhi del piccolo si riempirono di lacrime.
No... no, adesso non piangere. Tieni. Gli restitu la mela. Per questa volta non fa nulla. Dir al buon Ges di perdonarti.
La soddisfazione di Antonio riemp di gioia il cuore del prete.
Un gruppo di muratori rise alla scena e subito dopo prese a caricare un sollevatore azionato dal movimento di due asini. Una signora grassoccia urlava a gran voce di essere tornata dalla fontana con otri piene di acqua fresca, pronta a sciogliere le polveri che intasavano le gole degli scalpellini.
Fu in quell'istante che lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli si avvert in lontananza.
Il prete alz lo sguardo oltre la testa del bambino, riuscendo a vedere in fondo alla ripa del Mandorlo, che fiancheggiava le mura vicino alla Porta di Sant'Andrea. Un gruppo di cavalieri, almeno una ventina, stava avanzando al galoppo verso di loro. Li stavano attaccando, ne era certo: avevano tutti le spade sguainate e le picche alzate.
Si alz, prese sotto un braccio Antonio e grid l'allarme: Ci attaccano! Fuggite! Mettetevi in salvo. Niente da fare: i rumori del cantiere erano troppo forti. In pochi avevano sentito e ancora nessuno si muoveva. Allora corse verso la chiesa e una volta l url nuovamente: Fuggite! Ci stanno attaccando!.
Troppo tardi. I cavalieri erano gi giunti presso il cantiere, piombando sul banco della questua come delle furie.
Il prete li riconobbe: erano i mercenari di Filippo, quel bastardo impenitente. Uomini al soldo dei Tedici. Uno di essi gett una torcia sul banco e le tende presero immediatamente fuoco. L'incendio attecch all'intelaiatura di legno e si propag fino al legname accatastato poco distante. Le fiamme si alzarono al cielo come colonne, avvolgendo ogni cosa infiammabile.
Un mercenario insinu forte i talloni nei fianchi del cavallo, spronandolo contro il prete. Questi gett lontano il piccolo
Antonio e cerc di ripararsi. La spada dell'armigero, per, si abbatt su di lui, spaccandogli la testa. Schizzi di sangue e cervello si sparpagliarono ovunque. Il bambino cadde e si rannicchi con gli occhi sbarrati dallo sgomento.
Un altro mercenario infilz un muratore, altri soldati si avventarono sulle donne che preparavano i pasti: diedero inizio a violenze di ogni genere. Pancrazio, che comandava l'assalto, smont da cavallo e trafisse uno scalpellino, che si accasci sulle ginocchia morente. Le sue viscere si sparsero in terra. Le urla e gli strazi si levarono a tal punto che la notzia dell'attacco si sparse contemporaneamente al fatto stesso.
La pattuglia dei Biancoverdi che Bastiano aveva ordinato si mosse immediatamente, ma era distante, si trovava purtroppo nei pressi della ripa delle Prigioni.
L'assalto prosegu il suo terrificante corso.
Un cavaliere lasci scattare la sua balestra. Il dardo lanciato si conficc nella schiena di un muratore, che correva cercando scampo. Pochi passi ancora prima di stramazzare.
Due armigeri ruppero i vetri di un'abitazione vicina, gettandovi all'interno torce ardenti. Il fuoco divamp in pochi istanti. La porta si spalanc e una donna corse fuori, urlando dai tormenti, con gli abiti avviluppati dalle fiamme. Cadde innanzi ai mercenari, che si scambiavano pacche di scherno mentre la poveretta moriva sotto i loro occhi.
Pancrazio cal la spada sul collo di un falegname che due soldati tenevano inginocchiato; la sua testa rotol di qualche metro prima di fermarsi, mostrando la smorfia tetra della morte. Dopodich si accorse che due dei suoi uomini stavano insidiando una ragazza di bell'aspetto. Uno di essi la reggeva per le braccia mentre l'altro le tirava dei pugni allo stomaco facendola contorcere dal dolore. Si avvicin ai due, che subito si fecero da parte. La ragazza si afflosci a terra colta da conati di vomito.
Lui si abbass e le alz la lunga veste. Guardate come gode questa puttana disse loro, prima di stringerle forte i polsi iniziando ad abusare di lei.
La poveretta urlava e chiedeva disperatamente aiuto. Invano.
Quando ebbe finito, si alz rimettendosi a posto le brache. Riprese la spada e torn a comandare l'assalto. I due soldati approfittarono e trascinarono la ragazza dietro un carretto pieno di paglia e pietre. La colpirono con degli schiaffi per farla smettere di piagnucolare. Uno la tenne per le braccia, mentre il suo complice la prendeva da dietro. Nessuno avvert la sua disperazione e i due tagliagole, concluse quelle atrocit, la lasciarono in terra, rantolante in una pozza di sangue.
Quando i mercenari si avvidero dell'arrivo dei Biancoverdi, si raggrupparono e si ripararono dietro i loro scudi. Tra i soccorritori c'era il giovane Giacomo, che indossava orgogliosamente la tunica biancoverde: quella era l'occasione per far valere il suo onore. Lo spettacolo cui assistette a mano a mano che avanzava, per, era troppo per lui. Esit per qualche attimo con gli occhi pieni di orrore: a terra giacevano i corpi di innocenti vittime della perfidia di Filippo. Sangue ovunque, interiora che emettevano nubi di vapore. Lamenti, urla. Cosa avevano quegli uomini nei loro cuori, si domand.
Come aveva potuto l'Altssimo permettere quello scempio?
L'urlo di battaglia del suo gruppo lo fece trasalire e, impugnando pi forte la sua spada, inizi a correre contro i nemici.
Pancrazio sogghign. Erano poco pi di una decina, non ci avrebbero messo molto a sopraffarli e annientarli.
Gli scontri che seguirono furono tremendi.
Lo stesso Pancrazio affond la sua lama nel torace di un soldato Biancoverde fissandolo fino a quando la sua vita non lo abbandon. Poi torn a dare ordini ai suoi.
Giacomo affront con l'ardire di un leone il proprio avversario. Dopo qualche colpo, constat che si trattava di un veterano: sapeva usare la spada come un maestro. Tuttavia, riusc a parare i suoi colpi e a ripagarlo con la stessa moneta. Ebbe la meglio quando questi si sbilanci troppo verso destra, offrendo una buona occasione per affondare. Occasione che non si lasci sfuggire, finendo il suo nemico con un colpo ben assestato alle costole, proprio sotto il braccio.
Tutt'intorno infriava la battaglia. Il clangore delle lame e le grida di incitamento coprivano gli ordini e le urla dei feriti.
I Biancoverdi lottavano con tutte le loro forze, erano in minoranza ma dovevano fare qualcosa per ricacciare quei balordi assassini.
In quel marasma, gli sguardi di Pancrazio e del giovane Giacomo si incrociarono. Entrambi fronteggiavano un avversario. Pancrazio elimin il suo con estrema facilit, mozzandogli un braccio e tagliandogli poi la gola con un colpo netto che imbratt la propria corazza e il viso di sangue. L'ufficiale al soldo di Filippo si asciug il volto, che rimase per insudiciato di rosso.
Giacomo lo vide avanzare verso di lui. Si puntell sulle gambe e attese il suo assalto.
A Pancrazio bast un solo colpo per rompere le ossa della mano del Biancoverde, che lasci cadere la spada urlando. Privo della propria arma, il giovane indietreggi di qualche passo senza nascondere negli occhi l'angoscia di chi sta andando incontro alla fine. Ancora un solo colpo e la spada del mercenario tranci l'usbergo e la cotta, devastando ci che si trovava oltre quegli indumenti protettivi. Frammenti di costole e interiora fuoriuscirono assieme alla lama dell'avversario, un attimo prima che il corpo morente si afflosciasse nel proprio sangue.
Isotta si dest di scatto. Vide dalla piccola finestrella che il sole stava ancora sorgendo. Era l'inconfondibile odore acre del fumo quello che sentiva. Scese dal letto, accorgendosi che un forte calore proveniva dal magazzino. Fece qualche passo verso la scala e guard con timore il piano sottostante. Le vampate che vedeva diedero certezza ai suoi sospetti.
Padre! Padre, accorrete, sta bruciando il magazzino! Scese di corsa, cercando una coperta. Doveva pur fare qualcosa. Le fiamme avevano attecchito ovunque: scaffali, mobili, panche; una coltre di fumo denso aleggiava sospesa sotto il soffitto.
Maffeo scese qualche minuto dopo di lei, seguito da Isadora, che si tirava su le maniche della sottoveste.
Figlie mie, mettetevi in salvo. Presto, uscite! Url il genitore con lo sguardo pieno di disperazione. La testardaggine di Isotta non era cosa da poco, lo sapeva fin da quando era bambina. Isadora, invece, era di tutt'altra pasta: tremava e non sapeva cosa fare.
Isotta la sospinse fuori dalla porta e prese a passarle ci che poteva, nel disperato tentativo di salvare i beni della casa. Stette un istante a guardare le fiamme che gi lambivano le travi del soffitto e riflett. Decise di tornare dentro. Reggendosi un fazzoletto davanti alla bocca per non respirare la fuliggine, raccolse un rotolo di stoffa grezza e inizi a srotolarlo: sarebbe servita per gettarla sulle fiamme, imbevuta dell'acqua che Maffeo stava tirando su dal pozzo che tenevano nel retro.
Sbrigatevi, padre, con quell'acqua... lo sollecit.
Il padre rovesci l'acqua sul primo drappo e corse di nuovo al pozzo.
Ora stava a lei non perdersi in chiacchiere. Lo gett a sua volta sulla tavola che ardeva gi per met.
Volse lo sguardo verso la sorella disperata e le url con quanta voce poteva: Va' a chiamare qualcuno! Fa' suonare le campane, muoviti Isadora!.
La sorella rimase qualche tempo impietrita e quando si decise a correre via, ci che vide Isotta attraverso la finestra la terrific: Filippo e i suoi sgherri, indossanti tutti le cotte di maglia fin sopra la testa, stavano di fronte alla casa che bruciava e se la ridevano. Reggevano ancora in mano le torce con cui avevano appiccato le fiamme.
Si sent afferrare forte per le spalle. Era suo padre, che la stava portando fuori dalla casa.
Cerc di ribellarsi, senza distogliere lo sguardo da Filippo, dimenandosi dalla presa di Maffeo.
Tesoro mio,  finita. Dobbiamo uscire di qui se non vogliamo morirci dentro.
Quelle parole le risuonarono nella testa ripetutamente, come un vortice iniziarono a soffiare forte come se fossero diventate vento freddo. Tesoro mio  finita... finita...
Con uno scatto si liber dalle braccia del padre e corse verso Filippo. Bastardo! Io ti ammazzer con le mie stesse mani.
E come, mi lancerai contro le ceneri della tua casa? provoc.
Isotta si lanci contro di lui.
Il giovane fece una smorfia di sfott e si fece colpire da un'innocua sequenza di pugni al petto che neppure avvert sotto la pesante cotta ad anelli. Le afferr i polsi torcendoli, costringendola cos a piegarsi e inginocchiarsi a causa del dolore.
Allora, sgualdrinella, vorresti ancora uccidermi? sibil lui, somigliando pi a una serpe velenosa che a un essere umano.
Isotta non si perse d'animo; veloce, sfil un polso dalla presa e afferr il piccolo pugnale che teneva sempre con s, nascosto sotto gli abiti. Filippo fece appena in tempo a tirare indietro la faccia che la lama tagli una ciocca di capelli.
Filippo sgran gli occhi e contorse il volto in una smorfia di collera. Con il dorso della mano diede uno schiaffo a Isotta, che capitol a terra. Maffeo accorse in suo aiuto, ma non pot abbassarsi vicino a lei, poich la punta della lama di un mercenario lo puntava al collo per non farlo avanzare oltre.
Fatemi un regalo, mio signore, permettetemi di sgozzarlo chiese l'armigero al suo padrone.
Filippo non ebbe indugi. No. Deve rimanere in vita per soffrire. Indic le fiamme alte ormai.
Il ritorno di Isadora, seguita da un gruppo di uomini e della ronda cittadina, fece decidere a Filippo di togliersi di mezzo. Non voleva guai, per il momento.
Subito iniziarono a spegnere le fiamme con terra e acqua. Qualche istante pi tardi, arriv anche un carretto trainato da uno stanco bue bianco, carico di secchi d'acqua presi dall'Ombrone.
Fu in quel momento che Isotta croll. Singhiozzava di fronte a quella tragedia. La vendetta di Filippo era stata tremenda ed... efficace.
Isadora le si fece vicino e si inginocchi accanto a lei, cingendola con le braccia.
Sorella, cosa faremo adesso? sospir. Cosa faremo? ripet, pi a se stessa che alla sorella. Maffeo aveva lo sguardo fisso di fronte a s, ma pareva in realt non guardare nulla. Inizi a camminare, lentamente. Un passo dopo l'altro.
Le fiamme dell'inferno stanno ardendo la mia anima. Signore, mi pento dei miei peccati... mi pento... sussurrava.
Senza che nessuno se ne accorgesse, Maffeo spar.
A mezzod le fiamme vennero definitamente spente. Le travi, che ancora erano incandescenti, vennero tolte e bagnate. Del magazzino delle stoffe non rimaneva altro che le grosse assi annerite, poco pi che tizzoni, che ne reggevano le pareti. Una sorta di macabro scheletro.
Isotta, con gli occhi gonfi di pianto, si rialz alla ricerca del padre. Non vedendolo, richiam l'attenzione della sorella, che se ne stava seduta su un muretto.
Lo cercarono per l'intera giornata, senza esito. Cosa mai gli era accaduto, si domandavano tutti. Lo sgomento si impossess di quegli uomini che, nonostante la stanchezza, accorsero sul posto.
Era gi tardo pomeriggio e un fascio di luce penetrava nella casa, proiettando a terra l'incastellatura della finestra formante una scacchiera; granelli di polvere in sospensione l'attraversavano lentamente.
Ruggero apr lentamente gli occhi. Si sentiva debole, eppure avvertiva una sensazione gradevole, quasi di serenit.
Dove sono? chiese con un filo di voce.
Non vi sforzate e non fate movimenti bruschi, vi ho suturato la ferita all'addome. I fili vi taglierebbero la pelle.
Ruggero cerc la provenienza della voce, accorgendosi della presenza, in fondo alla stanza, di Martino.
Chi siete?
Martino de' Vigiseldi, medicus si present.
Mi avete curato voi? La domanda rivelava riconoscenza.
Ho fatto ci che ho potuto.
Isotta?
Il medicus sospir. Stava per dare una notizia tremenda, perch non era uno che nascondeva le cose, lui.
Oggi  stata una giornata colma di eventi nefasti anticip, preparando il giovane cavaliere al peggio.
Cosa intendete dire?
Martino tir un profondo respiro prima di iniziare: Il banco e il cantiere di santa Tecla sono stati assaltati questa mattina. Un vero massacro... sono tutti morti.
Ruggero sobbalz. Era sconvolto. A quale scopo fare una cosa del genere?
Non ho finito, figliolo...
Gli occhi del giovane parlarono per lui. Era pronto per l'altra notizia.
Martino and avanti come un fiume in piena: La bottega di Maffeo  stata data alle fiamme. Tutto  andato distrutto. Isotta e sua sorella se la sono cavata, ma il padre  svanito nel nulla. Gli ultimi che lo hanno visto dicono che era fuori di senno. Le rappresaglie dei mercenari di Filippo proseguono tutt'ora: chiunque abbia mostrato collaborazione per i Biancoverdi,  cos che siete diventati noti, viene punito severamente. Ovunque si alzano colonne di fumo che vanno verso il cielo. Non hanno mostrato la minima piet, neppure nei confronti delle donne e dei bambini.
Neppure il tempo di terminare quelle parole che Ruggero gi si rivestiva.
Il medicus gli si fece incontro con l'intenzione di impedirglielo ma il cavaliere lo respinse bruscamente.
Devo andare. Isotta e i miei uomini hanno bisogno di me.
Si ud in quel momento lo scalpiccio di cavalli. Dalla finestra Ruggero intravide alcuni mercenari di Filippo al galoppo. Uno di essi trascinava il corpo, ormai esanime, di un giovane Biancoverde dal volto ormai irriconoscibile a causa dell'indicibile strascicamento.
Non uscite mio signore... Non fatelo cerc di convincerlo
il medico. Cos conciato non avreste scampo. E i vostri uomini abbisognano di un comandante vivo per la loro rivalsa.
Ruggero tremava dalla rabbia. Tuttavia il medicus aveva ragione: doveva stringere i denti e attendere. Non poteva fare altrimenti.
Dalle mura merlate della dimora dei Pucci, Bastiano stava osservando i tetti della citt. Sotto di lui, nel piazzale, gli uomini si stavano gi radunando. Avrebbero organizzato una sortita per cercare di arginare quell'ondata di razzie e violenze. Filippo aveva esagerato, doveva pagare per quello che aveva fatto. Da ogni parte giungevano feriti in cerca di aiuto; nel colonnato gi a decine giacevano in terra.
Lanci un'occhiata alla torre da dove il vecchio Pucci se ne stava affacciato, visibilmente ansioso. Dall'altezza in cui si trovava poteva ben vedere quante abitazioni e botteghe erano state date alle fiamme.
Siamo pronti signore! url un cavaliere, distogliendolo dai suoi pensieri.
Bastiano annu e discese le scale. L'inquietudine lo costringeva a fare respiri corti e veloci. Mont sul cavallo da guerra, si volt: disponeva di un buon numero di cavalieri e di fanteria.
Nonostante si trattasse di un contingente di gran lunga inferiore a quello di cui disponeva Filippo, aveva comunque possibilit di vittoria, poich le strette vie della citt avrebbero impedito agli uomini dei Tedici di schierarsi come in campo aperto.
Alz la mano guantata facendo segno di avanzare e il drappello si mosse, varcando la grande porta ogivale che conduceva alla grata lignea dell'ingresso del Barbacane. In coda culminavano due stendardi che riportavano l'insegna del cervo biancoverde.
Il sole cal, portando con s i bagliori del giorno e il cielo inizi a colorarsi di rosso e fucsia.
Nella sala grande del Palazzo del Comune, Ormanno de' Tedici camminava attorno a un tavolo con le mani giunte dietro la schiena.
Lapo Cancellieri ribadiva il concetto: una sortita non sarebbe stata prudente, se si volevano evitare scontri contro le fazioni di Filippo e insieme contro i Biancoverdi.
Non chiamateli cos, ho detto! url l'anziano. Non voglio sentirli chiamare in quel modo. Voi... gli trem la voce voi non capite: ormai lo popolo li distingue dagli altri con quel dannato nome. Li distingue soprattutto da noi, le autorit! Capite ora? Loro sono i Biancoverdi e noi il male! artigli l'aria dalla rabbia. Piuttosto, ponete fine a queste carneficine. Le azioni di quella bestia di mio nipote ci faranno penzolare da una forca, prima o poi.
Mio signore, vogliate perdonare la mia ostinazione... ribatt Lapo. Sarebbe un inutile scontro. Ci occorreranno tutti gli uomini abili, in caso di rivolta del popolo, e per fronteggiare i... si schiar la gola ... soldati dei Pucci aggiust il tiro.
Il Capitano del Popolo lo guard stralunato: Lapo stava
disobbedendo a un suo ordine. Era un segnale da non sottovalutare. Seppure camuffasse la cosa come l'inopportunit di sprecare le vite dei propri soldati, si trattava di una chiara presa di posizione. Lapo non rispettava pi la sua supremazia n il suo potere.
Sta bene finse di acconsentire. Attenderemo gli eventi. Questa volta Filippo dar conto di aver esagerato disse prima di uscire dalla sala.
Un amaro presagio assal il proprio animo: qualcosa stava cambiando. Forse, forse con la corona di re Radagaiso, il suo potere avrebbe ritrovato vigore...
Bastiano radun gli uomini. Aveva avuto delle perdite, tuttavia accettabili. Gli scontri si erano protratti per quasi tutta la notte, ma non si era trattato di vere e proprie battaglie, piuttosto di sporadici combattimenti nelle ripe e sull'argine dell'Ombrone.
Erano anche riusciti a fare dei prigionieri. Tre mercenari di Filippo.
Uno di essi venne squartato innanzi alla gente che guardava inorridita. Era un preciso messaggio: i popolani non erano stati abbandonati. Si era combattuto, ancor duramente, per difenderli. Anche a costo della vita.
Tuttavia, purtroppo, quel gesto lasci il tempo che trovava: l'incertezza, lo sgomento e la paura erano di tale entit da impedire a chiunque di continuare a seguire i Biancoverdi. Nessuno avrebbe ripreso la ristrutturazione della chiesetta e nessuno avrebbe aiutato pi chicchessia: il futuro era evidente negli sguardi delle persone. La spietatezza di Filippo aveva vinto. Nessuno ormai lo avrebbe contrastato.
Un cavaliere si affianc a Bastiano, che era assorto nelle sue preoccupazioni. Signore, gli uomini sono esausti. Dobbiamo rientrare.
Bastiano pos lo sguardo su ognuno degli uomini d'arme. Ricoperti di fuliggine, spossati, imbrattati di sangue. Era chiaro che gli ci sarebbe voluto un pasto caldo.
Del giovane Giacomo nessuna notizia?
Lo sguardo del cavaliere anticip la cattiva notizia: Perito negli scontri; pare che il suo corpo sia stato trascinato per le ripe come monito.
Mio Dio riusc solamente a dire.
L'ordine di rientrare venne dato subito dopo, e il drappello inizi la marcia verso la dimora dei Pucci.
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CAPITOLO 15.
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Pistoia. Due giorni dopo.
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Una decina di cavalieri Biancoverdi attendeva presso la casa del medicus l'uscita di Bastiano e di Ruggero da Suio.
All'interno erano in corso gli ultimi accorgimenti.
Come vi sentite?
La ferita si sta rimarginando.
Siete di poche parole quest'oggi.
Bastiano, amico mio, ho davvero poco da dire. Ho saputo quanto  accaduto ed  la rabbia il mio sentimento. Ho voglia di rivalsa, ma sono anche abbattuto e sconfortato.
L'ufficiale alz le spalle. Non  vostra la colpa. Noi eravamo e siamo l'unica risposta a questo tipo di soprusi. La gente questo lo sa bene, anche se ha paura.
Ruggero fece segno di s con il capo mentre allacciava le cerniere della cotta di acciaio. Passatemi la tunica.
Bastiano gli porse la tunica biancoverde. Al centro campeggiava l'effige del cervo. Il cavaliere la indoss con prudenza. Le suture gli tiravano i lembi di pelle e ogni movimento risultava doloroso.
Il banditore ha annunciato qualche iniziativa presa dal Capitano del Popolo? chiese con espressione contrita.
 stato reso noto che verranno presi i dovuti provvedimenti contro chi ha organizzato gli assalti e gli incendi. Ma... Bastiano si ferm.
Ci pens Ruggero a terminare: Ma, ammesso che ne abbiano l'intenzione, non troveranno nessun testimone disposto a incriminare Filippo, non  cos?.
L'altro annu.
Conclusa la breve conversazione, Ruggero si rivolse a Martino.
Vi sono debitore della mia vita.
Il Vigiseldi ridacchi prima di rispondergli: Venite pure, se mai avrete ancora bisogno. Pu darsi vi ricucia un altro bel po' di carne....
Le mani del cavaliere scesero per gli scongiuri. Fece poi qualche passo verso di lui e lo abbracci. Si avvolse infine nel mantello e usc.
I cavalieri, alla sua vista, estrassero le spade issandole al cielo. A Ruggero si inumidirono gli occhi. Era quello il segno della rivalsa.
La mano che sent appoggiata sulla spalla era di Bastiano. Vedete?
Hanno ancora voglia di combattere?
Al pari di quella di giacere tra le calde cosce di disponibili sgualdrine.
Sei stato esaustivo.
Ho solamente rivelato una mia necessit.
Salito sul suo cavallo, Ruggero volle parlare ai suoi soldati.
 giunto il momento della vendetta.
Il cigolio delle imposte lo interruppe per un istante. Tutti si voltarono verso la fonte del rumore, accorgendosi che si trattava di una donna che, alla vista dei Biancoverdi, si era chiusa dentro.
Vedete? indic quella stessa finestra. Quello  l'effetto del terrore. Delle angherie e della malvagit. L'effetto di anni di soprusi impuniti. Forse  vero che siamo con la faccia immersa nel fango; forse  vero che la battaglia  stata vinta da Filippo e i suoi. Ma ci rialzeremo. La prima cosa che faremo Sar chiedere giustizia. S, avete sentito bene: chiederemo giustizia allo Capitano del Popolo. Se ci non accadr... Scorse gli sguardi dei cavalieri, schierati di fronte a lui, che lo ascoltavano con molta attenzione. Se non dovessero dare ascolto al nostro appello, allora ci troveranno pronti la prossima volta che verranno!
I soldati esplosero in un'ovazione. Le spade vennero nuovamente issate al cielo. Un cavallo si alz sulle zampe posteriori, scalciando.
Ruggero fece segno di s con il capo. Tir le briglie alla sua destra, costringendo l'animale a voltarsi, e lo spron: si stava dirigendo al cantiere di santa Tecla. La colonna di cavalieri lo seguiva al passo.
Giunti innanzi al cantiere, lo spettacolo che si svel ai loro occhi fu terrificante. La bestia di Ruggero avanzava lentamente cercando di scansare i corpi giacenti che imputridivano.
Il lezzo nauseabondo costrinse i cavalieri a coprirsi il volto. Un filo di fumo si alzava dai resti ormai carbonizzati del banco della questua.
Tra tutti quei cadaveri vi era una donna, che stringeva tra le braccia il corpo di un giovane, probabilmente suo figlio. Ruggero la ud emettere un lieve lamento, come un pianto prolungato che si trasformava in una nenia di sofferenza.
Un muro della chiesa in costruzione era franato, le vetrate in frantumi.
 stato Filippo a ordinare questo massacro? chiese a bassa voce Ruggero.
Bastiano tir leggermente le briglie del cavallo per farlo stare al passo di quello del suo comandante. I responsabili sono
Filippo e i suoi mercenari, ma qualcuno ritiene che l'ordine sia partito da Ormanno in persona.
Il cavaliere annu, stringendo le labbra in una smorfia di rabbia. Poi, quando il suo sguardo si poggi sui piedini del
piccolo Antonio, sent ogni muscolo irrigidirsi.
Bastiano lo vide chiudere gli occhi come per distaccarsi da quell'orrenda visione.
Lentamente, quasi a voler rallentare la resa dei conti con la realt, Ruggero smont da cavallo, nonostante gli fosse stato consigliato di non fare movimenti bruschi.
Qualche passo e si inginocchi. Tolse le stoffe bruciacchiate che ricoprivano il corpicino senza vita e si diede da fare per ricomporlo.
Come hanno potuto? sussurr. Quale bestia si nasconde negli animi di coloro che hanno compiuto un atto cos atroce?
Lo copr con un lembo di stoffa ancora integro che prese la forma della piccola sagoma. Fece il segno della croce, sperando che Dio accogliesse la sua giovane anima pura.
Mio Signore, che goda della tua benevolenza. Per l'eternit... Le parole si smorzarono in gola. Quando si rialz, avvert un po' di vertigine. Non era ancora al pieno delle forze, doveva far rientro nella dimora dei Pucci, da dove avrebbe organizzato la vendetta.
Il drappello si rimise in cammino, lentamente, tra le ripe strette. Incrociarono un gruppo di volontari incappucciati che spingevano carretti a due ruote su cui erano incuneate delle barelle vuote. Si stavano recando nella piazzetta della questua a raccogliere i cadaveri prima che si scatenasse una pestilenza.
Le porte della dimora dei Pucci si richiusero dietro di loro, stridendo nei cardini. Ad accogliere Ruggero vi era il vecchio Agostino, in una veste blu stretta in vita da una cintura borchiata.
Ruggero scrut gli sguardi dei soldati. C'era sconforto e rabbia. Ma in quegli occhi bassi lui percepiva frustrazione: la condizione che ogni comandante temeva per le sue milizie. Tuttavia, dove vi era frustrazione stava anche desiderio di rivalsa, e quello era un bene.
Ricevette l'abbraccio del vecchio Agostino, e finse un sollievo che in realt non sentiva.
Ruggero, ringrazio il Signore per avervi salvato la vita. Non immaginate neppure quanto abbiamo bisogno di voi in questo momento di sciagura. Gli diede due vigorose pacche sulla schiena. Le mura portano ancora i segni degli assalti di quei maledetti, che siamo riusciti a respingere grazie all'Altissimo, ma ci riproveranno, statene certo, e allora sarete voi a guidare i miei miliziani. Agostino era tutto un nervo. Gli occhi sgranati evidenziavano i cedimenti dell'et, tuttavia erano esaustivi, dando a intendere ci che volessero trasmettere.
Ruggero gir il volto senza smettere di guardare il banchiere, come per chiedere di cosa stesse parlando.
Bastiano gli si fece vicino e parl, senza curarsi del fatto che il vecchio stesse ancora narrando l'accaduto. Il primo assalto  avvenuto contemporaneamente alla strage della questua, l'altro poche ore dopo. Abbiamo perso diversi uomini e nessun drappello  potuto uscire dalle porte per correre in soccorso delle vittime dei Tedici.
Forse era proprio quello il loro intento sentenzi Ruggero, ragionando tra s. Sent la rabbia montargli dentro.
Avete capito? Ci attaccheranno nuovamente. Dobbiamo fare qualcosa, o finiremo per penzolare alle forche sotto i portici del palazzo del Capitano dello Popolo concludeva Agostino, la voce vibrante di veemenza.
Ruggero sent l'animo bruciargli, ciononostante abbass lo sguardo, rassegnato. Un gesto che lasci senza parole tutti i presenti. Persino il vecchio Agostino rimase in silenzio, con gli occhi velati di vecchiaia e di sconfitta. Le sue mani ossute indugiarono a mezz'aria, sospese tra un abbraccio e un gesto di disperazione.
In quel momento accadde quanto in realt tutti si aspettavano, ma non cos presto.
Stanno tornando! Stanno tornando! Alle armi, presto, alle armi! Un urlo proveniente dai camminamenti ruppe quel silenzio.
Ruggero si lanci verso la scala che conduceva ai camminamenti. La sal come un fulmine e, quando fu in cima, pos le mani sulla pietra della merlatura, volgendo lo sguardo verso il basso.
Gli uomini di Filippo de' Tedici stavano tornando. Alla loro testa vi era proprio lui, al suo fianco il fiorentino Pancrazio, che urlava ordini ai balestrieri che si ammassavano occupando la ripa antistante le mura. L erano numerosi i punti in cui potevano trovare riparo e lanciare quadrelle in quantit. Continuarono a giungere soldati per pi di un'ora e Ruggero si chiese dove trovasse Filippo i denari necessari per mantenere un simile schieramento di uomini, cavalli, armi e corazze.
Gli arcieri si disposero dietro angoli, muri diroccati, carri abbandonati e qualsiasi altro riparo. Al loro comando Ruggero riconobbe Sir Broadasseron, un mercenario francese noto in tutta la cristianit e fuggito dalla sua terra, la Borgogna, dopo la disfatta del suo signore che si era opposto alla corona gigliata. L'esercito del re di Francia aveva posto sotto assedio la cittadella di Sissons, lasciando poche speranze ai soldati che vi si erano arroccati. Dopo l'esecuzione del loro signore, alcuni superstiti riuscirono a scappare, nonostante fossero braccati dai francesi. Broadasseron era stato fortunato a sfuggire agli inseguitori ed era giunto a Pistoia, dove era certo di ricevere asilo. In cambio avrebbe fatto ci che sapeva fare meglio, il mercenario.
Ruggero lo aveva gi notato per le vie della citt, tuttavia non pensava che sarebbe venuto il giorno in cui avrebbe avuto a che fare con lui. Forse Filippo fino a quel momento lo aveva tenuto nell'ombra o forse lo impiegava in compiti di spionaggio. Ma adesso si trovava dall'altra parte della linea tra il bene e il male, la giustizia e il disonore. Tra la follia e la ragione. E, come se non bastasse, disponeva di un contingente assai cospicuo.
Per qualche istante, gli sguardi di Ruggero e di Broadasseron si incrociarono e al primo parve di scorgere un ghigno inquietante sul volto dell'uomo.
I guerrieri dei Tedici si disposero ben allineati sotto le mura della dimora del banchiere de' Pucci, che nel frattempo era salito anch'egli sulle merlature e guardava in preda al terrore ci che stava avvenendo di sotto. Le loro livree erano svariate, segno che Filippo aveva assoldato uomini da molte casate. Erano davvero molti e tutti ben determinati a dare l'assalto, sicuri di un doppio guadagno, quello elargito dal
loro signore e quello ottenuto dal saccheggio.
A mano a mano che si ammassavano i soldati, che Ruggero stimava attorno alle duecentocinquanta unit, iniziavano gli insulti e le frasi di scherno verso i Biancoverdi.
Noi siamo pronti... La voce proveniva alle sue spalle e, contemporaneamente, una mano salda si poggi sulla sua spalla. Ruggero si volt e vide gli occhi scintillanti di Bastiano, che cercava di rassicurarlo.
Amico mio... replic, la voce fremente dalla rabbia ne sono certo. Ma ho paura che dovremo cercare un'altra soluzione. L'umore degli uomini  sotto le suole degli stivali e loro sono molti pi di noi e hanno un drappello di arcieri. Forse-.. si morse le labbra forse dovrei scendere a contrattare una resa.
Bastiano vide lo sguardo del comandante perdersi nel vuoto, come se fissasse qualcosa oltre il mondo dei mortali. Arrischi una replica dura, senza il solito tono di rispetto: Non penso che sia la soluzione adatta. Quei figli di una cagna pisana hanno compiuto una strage e adesso vorrebbero anche le nostre chiappe biancoverdi. No: io non andr a dire ai nostri soldati che il loro comandante vorrebbe abbassare le brache porgendo il didietro a Filippo. Se  questa la vostra decisione, allora andrete voi a spiegarglielo, ma dubito che useranno la cortesia di comprendere!.
Gli occhi di Bastiano si fecero insolenti e inchiodarono quelli di Ruggero, che pareva assopito e avvolto da un incantesimo.
Ma avete visto l fuori quanti sono? disse di rimando.
Noi siamo arroccati, abbiamo qualche possibilit di tenerli a bada, non credete?
Per quanto tempo credete di poter resistere?
Fino a quando l'orgoglio mi indurr a tenere alta la spada! Bastiano indic la spada prima di riprendere: Buon Dio Ruggero, scuotetevi... quella gente non conosce la parola piet, ci consentirebbero una resa solamente a condizioni assurde e prive di ogni onore. Lo sapete bene. Gli afferr le spalle agitandolo. Abbiamo gli attributi per ricacciarli indietro.
Segu qualche istante di silenziosa tensione, superato il quale la luce negli occhi di Ruggero era decisamente cambiata.
Diede una forte pacca sulla spalla al suo vice, che annu energicamente con l'espressione fiera e soddisfatta sul volto.
Tenete pronti gli uomini! E state attento a ogni mio segnale ordin ringhiando. Gli sgherri di Filippo non mi sono mai stati simpatici e oggi lo sapranno.
Ora iniziate a ragionare come si deve. Permettetemi di dire, amico mio, che sembravate una meretrice a cui andava a fuoco la sottoveste replic l'altro scoppiando a ridere.
Ruggero lo vide scendere dalle mura urlando ordini e imprecazioni. Scuotendo il capo chiam a s due uomini che riteneva forti e di aspetto decente. Tu, e anche tu... calzate l'elmo e seguitemi.
I tre scesero rapidamente le scale e si portarono dietro l'enorme portone corazzato. Alle guardie Ruggero ordin di aprirlo e queste presero a sollevare l'enorme asse che ne assicurava la serrata. Mentre aprivano gli stipiti, indoss l'elmo con il nasale e assunse un atteggiamento austero e provocatorio. Dietro di s iniziava a sentire le corse dei soldati Biancoverdi, che serravano i ranghi seguendo le indicazioni di Bastiano.
Qualcuno dei nemici alla loro vista sput a terra, qualcun altro url frasi ingiuriose.
State fermi, non fate mosse azzardate sugger ai suoi soldati. Siamo sotto tiro. Dobbiamo solamente attendere che si facciano avanti disse a bassa voce Ruggero.
Si faccia avanti, chi? chiese uno dei due, visibilmente teso.
Tra poco lo vedrai.
Lo schieramento nemico infatti si apr lasciando passare Filippo sul suo destriero, in mezzo ai tagliagole Pancrazio e Sir Broadasseron.
Solo allora Ruggero avanz, facendo segno ai suoi di seguirlo. Non aprite bocca qualsiasi cosa vi dicano. Non accettate provocazioni dispose a filo di voce.
E chi ha voglia di farlo, comandante? Io mi sentirei fortunato di tornare dietro le mura con la gola ancora chiusa... La battuta del soldato fece sorridere Ruggero.
Quando i due comandanti furono uno di fronte all'altro, Filippo ruppe gli indugi. Avete portato con voi tutto l'esercito, Ruggero da Suio? lo schern, tenendo fermo il cavallo che scalpicciava.
Gli altri non sono voluti venire... Hanno preferito arrotare il filo delle loro spade, piuttosto. Sapete, i miei Biancoverdi sono pronti a tutto. Avete un nuovo amico francese a quanto vedo. Degno della vostra fama comunque fu la replica al veleno di Ruggero.
Filippo si indispett. Lo guard dall'alto del suo cavallo con risentimento e non tard a rispondergli: Bando ai tergiversi, se
vi arrendete e consegnate le armi vi far ottenere l'esilio senza torcere un capello ad alcuno dei vostri uomini intim quasi ringhiando, nemmeno fosse una iena.
Vorrei evitare questa battaglia non per vilt, statene certo, ma per evitare spargimenti di sangue che non sarebbero utili a nessuno cerc di contrattare il comandante Biancoverde.
Non ci sentite forse? Ve l'ho appena spiegate le mie condizioni: resa ovvero salvezza.
Mi vedo costretto a spiegarmi meglio, vista la vostra capacit d'apprendimento: non  saggio combattere tra noi. I lucchesi prima o poi attaccheranno e per allora serviranno tutti gli uomini possibili.
Filippo non parve neppure ragionare sulle parole dell'altro. Se le cose stanno cos, vi consiglio di fare rientro nella tana e attendere che i miei uomini vi infilzino l'ano puzzolente con le loro lame. Gir il cavallo su se stesso e si diresse verso il suo schieramento seguito dai suoi sgherri.
Ruggero rimase a osservarlo andar via con animo atterrito. Non che gli importasse davvero della sorte della citt al momento che venisse assediata dai lucchesi, tuttavia aveva fatto il tentativo di salvare i propri uomini da una sconfitta assai probabile. Dopo aver ragionato qualche secondo, disse ai suoi di rientrare. Mentre si avvicinava alle mura, incroci lo sguardo con Bastiano che aveva osservato la trattativa dall'alto, pronto all'azione. Fece cenno di no con la testa.
Oltrepassato l'enorme portone ligneo, le guardie si stavano apprestando a far cadere l'enorme asse che avrebbe bloccato l'accesso quando Ruggero le ferm. Non ancora.
I Biancoverdi erano in assetto da battaglia. Avevano gli elmi calzati, le cotte di maglia e le giubbe con le ormai popolari livree indossate. Bastiano, che nel frattempo aveva disceso le scalette
come un lampo, era rigido al loro fianco e guardava il suo comandante con aria beffeggiatrice. i; Cos'avete da ridere? chiese Ruggero.
Non vedo l'ora di lavorarmi quei maiali fu la secca risposta.
Cerchiamo di fare del nostro meglio allora... perch non sar cosa facile. Gli occhi scintillarono di determinazione. Poi rivolse lo sguardo ai soldati schierati. Raccolse quanta pi aria poteva nei polmoni prima di parlare loro: L fuori.... Si accorse che non volava una mosca. L fori ci sono i mercenari al soldo dei Tedici, responsabili degli atti atroci che ormai conoscete bene. Sono oltre quella porta e aspettano solamente l'ordine del loro padrone per sferrare l'attacco. Spietati assassini quindi. Balordi senza onore. Nostri nemici dunque. E sono molti pi di noi e, come se ci non bastasse, Filippo ha chiuso ogni via di fuga. Se venissimo sconfitti, saremo sottoposti a orribili torture. L'ultima parola fece vibrare di terrore i nervi dei Biancoverdi. Combattiamo fino allo stremo per noi stessi e per i nostri commilitoni! E se respingeremo un attacco cos massiccio, allora il nostro onore verr elevato e il nome dei Biancoverdi sar riscattato, cos potremo ancora contare sull'appoggio della gente. Fece una pausa prima di concludere, cos che tutti tenessero le orecchie bene aperte: Biancoverdi, io mi rivolgo a voi. Parlo ai vostri cuori, pungolo le vostre budella. La voce risuon nel chiostro della dimora fortificata. Biancoverdi, alla battaglia! Sguain la spada, che, sfregando sull'angolo del fodero, emise un guaito, la volse in aria e ripet: Biancoverdi io vi dico, alla battaglia!.
I soldati alzarono le proprie armi, urlando grida di incoraggiamento.
Ruggero si avvicin a Bastiano, fissandolo. Schierate gli arcieri sulle mura, io azzarder una sortita che coglier di sorpresa quei figli di cagna. Rimarr fuori solo pochi minuti. Voi vomitate tutte le frecce possibili e io approfitter del loro smarrimento, poi dovrete coprirmi la ritirata.
Bastiano annu in modo deciso. Dio sia con voi, amico mio augur, prima di chiamare a raccolta gli arcieri a dare man forte a quelli gi sulle merlature.
Una cinquantina di Biancoverdi si dispose dietro il loro comandante coi cuori gonfi di paura, ma spinti da temerariet e determinazione.
Ruggero cal il nasale dell'elmo. Indossava la cotta di maglia e, sopra, la casacca biancoverde, stretta in vita dal cinturone con la spada. Siate pronti e mi raccomando di restare uniti. Loro cercheranno di isolarvi per uccidervi pi facilmente e noi questo dobbiamo evitarlo.
Come se avessero udito un ordine, una decina di armigeri si dispose in prima fila con gli scudi a goccia a formare un muro protettivo. Le lance fuoriuscivano dalle intercapedini tra l'uno e l'altro riparo. Gli altri si accodarono dietro, riparati dai loro stessi compagni.
Ruggero, compiaciuto della prontezza dei suoi uomini, si dispose al fianco della formazione e con un gesto della mano all'ins fece segno alle guardie di aprire celermente il grosso portone.
A sentire lo scricchiolio dei cardini, Bastiano, dall'alto dei camminamenti, si rivolse agli arcieri e balestrieri. Prendete bene la mira! ordin. Al mio segnale, scoccare.
Ogni arciere punt sulla preda prescelta, cercandola nello schieramento nemico, dal quale provenivano scherni e volgarit rivolte ai Biancoverdi e alle loro famiglie.
Quando Filippo si accorse della sortita, si punt sulla sella e inizi a ringhiare ordinativi: Preparate le lance! Preparate gli archi!.
Una serie di sibili sinistri annunciarono l'arrivo delle frecce lanciate dalle merlature, che emisero molteplici tonfi sordi raggiungendo i loro obiettivi.
Filippo sgran gli occhi quando inizi a vedere i primi uomini che cadevano. Le cuspidi foravano senza problema sia i farsetti di cuoio imbottiti che le cotte di maglia.
Una seconda ondata di dardi fischi nell'aria, abbattendosi sulle truppe schierate e mietendo ancora vittime tra i lancieri di Filippo, che adesso erano in preda al panico, cercando ripari ovunque ce ne fossero.
Dall'alto delle mura Bastiano cal nuovamente la mano, facendo partire la terza serie di lanci. Gli arcieri appostati scoccarono ancora. Il segreto di ogni arciere era seguire con lo sguardo il punto da colpire e liberare la corda quasi senza accorgersene.
Ancora feriti e vittime tra gli schieramenti nemici. Bastiano guard soddisfatto l'esito dei suoi attacchi. Ovunque giacevano soldati che si contorcevano in atroci sofferenze, le cui urla per non riuscirono a coprire quelle di incitamento dei Biancoverdi, che si stavano abbattendo sugli armigeri di Filippo ancora in subbuglio.
Avanti... avanti, seguitemi! url Ruggero, saltando un soldato trafitto da una freccia nell'orbita oculare. Alz la spada e l'abbatt contro un nemico colpendogli l'elmo, che si apr mandando in frantumi il cranio sotto di esso. Materia cerebrale schizz sul volto e sull'elmo di Ruggero, che continu l'attacco senza curarsene. La furia dei Biancoverdi si rovesci sugli avversari, che tentarono una goffa difesa. Ma la formazione scelta da Ruggero, quella con gli scudi avanzati e le lance, non lasci scampo alla prima linea nemica, gi provata dalle ondate di frecce. I mercenari di Filippo caddero trafitti dalle punte delle lance. Qualche Biancoverde non riusc a ritrarre la propria asta perch la punta si era conficcata troppo a fondo rimanendo incastrata, dunque dovettero procedere con altre armi.
Ruggero si accorse che la carica aveva perso di impeto e url un nuovo ordinativo: Abbandonate le lance... soldati: spade!.
In un baleno i Biancoverdi roteavano le lame avanzando sempre in modo ordinato e compatto e protetti da un muro di scudi.
Altre vittime intralciavano i combattimenti, che ormai si svolgevano sui corpi dei soldati.
Bastiano, dall'alto delle merlature, esaminava tutto. Adesso gli arcieri dovevano tenere a freno le frecce per non rischiare di colpire i compagni. La situazione, per, era tutt'altro che sotto controllo: agli angoli della piazzetta e tra le bifore di un loggiato si erano appostati gli arcieri dei Tedici.
Anche Filippo, dall'alto del suo destriero, esaminava la battaglia in corso: anche se le sue formazioni avevano subito gi troppe perdite, disponeva di un numero di uomini di gran lunga pi elevato di quelli messi in campo dal suo nemico.
Fece un segno al suo ufficiale francese Sir Broadasseron, che spron il cavallo per avvicinarglisi.
Comandate, mio signore disse appena frono abbastanza vicini da capirsi nonostante il fragore delle armi e delle urla.
Filippo strinse lo sguardo carico d'ira prima di parlare: La vostra fama vi descrive come un invincibile condottiero.
Il francese ghign. Ditemi dunque.
Raccogliete una trentina di soldati e colpite i Biancoverdi da destra. Sospingeteli fino al tiro degli arcieri.
Sir Broadasseron annu energicamente, tirando le briglie e facendo girare il cavallo su se stesso. Poi infil i talloni nei fianchi, lanciandolo al galoppo.
Nello sguardo di Filippo balen un lampo di rivalsa. Il suo piano prevedeva un bagno di Sangue. L'ennesimo.
Aveva di fronte a s un vero guerriero, pens Ruggero mentre parava con la spada un affondo cos forte da fargli vibrare tutto il corpo.
Muori, cane rognoso! ringhiava l'avversario a ogni colpo. Aveva un cappello d'arme ammaccato in pi punti, prova del suo passato di soldato al servizio di chiss quale esercito. Forse si trattava di un disertore delle Crociate, proprio come lo era lui, riflett ancora, mentre schivava la punta della sua arma. Impegnato a non finire sbudellato, Ruggero aveva perso lo svolgersi dell'azione generale. Sentiva al suo fianco e dietro di lui le urla dei suoi e il clangore dei metalli echeggiava forte.
Quando i suoi occhi si trovarono rivolti al cielo, scorgendo nuvole contornate di rosso e arancio cap che era inciampato sul corpo di un soldato. Batt violentemente la testa e ringrazi il Signore di avere l'elmo ben allacciato sotto la gola, che gli aveva impedito di perdere i sensi. C'era da immaginarselo, dunque, che l'avversario avrebbe approfittato della circostanza. Fu ci che accadde, difatti: si abbatt su di lui, tenendo il manico della spada con entrambe le mani, rivolgendo la punta all'ingi. Stava per sferrare il colpo di grazia.
Ruggero, stringendo la mano a vuoto, si accorse di aver perso la sua arma cadendo. Sconcertato, si volt freneticamente alla sua ricerca. La mente gli si liber di ogni altro pensiero che non fosse il combattimento. Quando il nemico cal il colpo, c'era un unico modo per impedire la fine. Senza esitare, afferr la spada nemica con entrambe le mani. La lama che scorreva verso il suo corpo lacer i guanti e la pelle, ma l'intento and a buon fine, perch riusc a fermare la sua corsa. Facendo forza con il gomito su di essa e roteando contemporaneamente il corpo nella stessa direzione, Ruggero riusc a disarmare il micidiale avversario. Raccolse un elmo perso da qualche soldato e colp il volto dell'altro con tutta la forza che aveva richiamato a s. Seppur protetto dall'elmo, questi barcoll all'indietro, concedendo a Ruggero di estrarre dalla cinta il suo pugnale e di trafiggerlo al ventre. Questi spalanc la bocca, schizzando saliva e sangue sul suo volto. Ruggero strinse la bocca, facendo forza sul pugnale dal basso verso l'alto: le viscere dell'avversario scivolarono sulla sua veste, lordandone i colori e gli stemmi;
l'uomo con le mani cerc di afferrarle, come per compiere un ultimo tentativo di trattenere a s la vita. Dopo qualche attimo per, cedette al proprio destino.
Con affanno Ruggero lanci un'ultima occhiata al corpo di quel rivale cos forte, poi lo volse attorno a s, accorgendosi che la sua formazione si stava disgregando. Cap che non avrebbero potuto reggere a oltranza. Decise quindi di richiamare i Biancoverdi, per cercare di rientrare nella dimora dei Pucci.
Alzando la spada, url con tutto il fiato che poteva: Biancoverdi, a me! Biancoverdi, raccoglietevi vicino a me!.
Nel bel mezzo del fragore della battaglia, solo i pi vicini lo udirono; toccarono le spalle di quelli pi esposti ai combattimenti, trasmettendo in tal modo l'ordine.
Un soldato si avvicin a Ruggero per cercare di capire meglio. Signore, cosa dobbiamo fare? Sono troppi per noi, ci stanno per annientare url.
Formate una linea di scudi che proteggano la ritirata.
Sta bene. Fu cos che il soldato pass l'ordine e la barriera venne formata.
Presto, per, Ruggero si accorse che non sarebbe bastato per assicurarsi il rientro: sulla destra il nemico si stava facendo avanti e loro erano troppo pochi per poter assicurare una protezione anche su quel lato. Alla loro testa riconobbe Sir Broadasseron, che distribuiva ordini e spronava i suoi mercenari. Sul volto dei Biancoverdi si impresse un'espressione di sgomento. Sarebbero stati costretti a indietreggiare proprio verso gli arcieri di Filippo.
Dalle merlature Bastiano si avvide della manovra di Sir
Broadasseron e cerc di escogitare qualcosa che tirasse fori da quella dannata situazione Ruggero e i suoi. Ma i primi Biancoverdi iniziavano a cadere sotto i colpi dei soldati nemici che stringevano da destra mentre, contemporaneamente, gli arcieri di Filippo lisciavano gli impennaggi con la lingua per non far sbagliare bersaglio alle loro cuspidi. Insomma, era scattata una trappola ben impostata e micidiale.
Bastiano volse lo sguardo verso i propri arcieri, che lo guardavano nervosamente in attesa di ordini. Nei loro occhi coglieva la disperazione e, insieme, la voglia di fare qualcosa per aiutare i compagni che stavano cadendo uno dopo l'altro. Eppure, ogni arciere era consapevole che sarebbe stato troppo rischioso puntare il proprio arco nella mischia.
Di contro, gli arcieri avversari erano appostati e ben riparati e stavano puntando le loro frecce contro i Biancoverdi che venivano spinti indietro.
Non c'era tempo da perdere, doveva prendere una maledetta decisione.
Ora! si sorprese di mormorare a labbra socchiuse Bastiano. Ora... Ora!
Signore... ora cosa? domand un arciere poco distante,
accucciato dietro una merlatura.
Intanto il clangore delle armi risuonava sotto di loro.
Bastiano port una mano alla faccia come se volesse rallentare i pensieri che gli si ammassavano nella mente. Guard di sotto scorgendo Ruggero che gli lanciava rapide occhiate dietro il nasale dell'elmo a calotta, mentre fronteggiava due mercenari contemporaneamente.
Quello sguardo era chiaro: tiraci fuori da questa situazione.
Ruggero gli stava chiedendo aiuto. Bastiano si erse in piedi e alz la mano guantata. Si assicur che tutti gli arcieri sulle mura
lo stessero guardando, poi finalmente url: Scegliete un bersaglio... mirate agli arcieri! Non importa che se ne stiano rimpiattati come sorci: non permettetegli di lanciare! Vomitategli addosso tutte le cuspidi che abbiamo a disposizione.
Era l'ordine che aspettavano. Con le lingue inumidirono il piumaggio delle aste, incoccando i micidiali archi; coi pollici incattiti da migliaia di lanci, le tennero ferme sul fasciame mentre sceglievano i bersagli.
Scoccare!
Una prima raffica di dardi sibil nell'aria, facendo tremare i soldati impegnati nei combattimenti, che non sapevano da dove provenissero e verso chi. Tuttavia, solo quattro arcieri di Filippo vennero colpiti.
Nonostante il lancio non avesse sortito l'effetto desiderato, ebbe per la fortunata conseguenza di costringere gli arcieri avversari ad accucciarsi dietro i ripari, strappando alla fine certa i Biancoverdi in sortita.
Con l'animo pi sollevato Bastiano poggi lo stivale sulla scesa delle merlature, ringhiando insulti contro Filippo e i suoi uomini. Poi, rivolgendosi ai suoi arcieri, disse ancora: Non smettete! Non smettete di lanciare, forza!.
Gli arcieri Biancoverdi incoccavano una freccia dopo l'altra, facendo piombare sui corrispettivi nemici centinaia di cuspidi, che continuarono a mietere poche vittime, ma bastevoli per consentire ai compagni di indietreggiare.
Filippo de' Tedici spron il cavallo facendolo alzare sulle zampe posteriori. Con la spada in pugno ringhiava ingiurie verso i suoi arcieri: Siete dei vigliacchi... uscite dai nascondigli o vi far frustare! Uscite, ho detto! Far sgozzare le vostre mogli se non uscite e combattete, vili bastardi!.
Ruggero e i suoi, dopo un primo svantaggio a causa della carica degli uomini di Sir Broadasseron, erano riusciti a riequilibrare le sorti dello scontro e raggiungevano pian piano le porte della dimora fortificata dei Pucci.
Quando Filippo incroci lo sguardo con quello del mercenario francese, i due si compresero all'istante. Sir Broadasseron si lanci verso Ruggero, che guidava la ritirata.
Il destriero del francese travolse molti dei suoi stessi uomini in un groviglio di membra, alabarde, lance, scudi e sangue, mentre si scagliava come una furia contro il comandante dei Biancoverdi. Quando fu abbastanza vicino, l'ufficiale d'oltralpe scagli un tremendo colpo dall'alto, che lo scudo di Ruggero par come mosso da un istintivo scatto.
Ragionando prontamente, Ruggero si impose di non prendere sotto gamba quell'assalto e, contemporaneamente, parava un altro colpo sempre scagliato dall'alto del cavallo, che sbuffava dalle froge, eccitato dalla battaglia.
La bestia scart di lato, infastidito dagli altri soldati, e Sir Broadasseron ne approfitt per sferrare un altro colpo, stavolta rivolto all'elmo, sperando di ridurre in briciole la testa dell'avversario.
Ruggero alz lo scudo, riuscendo a deviare la traiettoria del fendente che, tuttavia, fu cos forte che lo scaravent a terra, facendo volare lo scudo a qualche metro di distanza.
Sul volto di Sir Broadasseron comparve un ghigno di soddisfazione. Infil gli speroni nel fianco del destriero, che si impenn nitrendo. La spada levata al cielo e l'armatura facevano di quell'uomo un demonio che, in quel momento, aveva un unico traguardo da raggiungere: uccidere Ruggero da Suio.
A passo lento, Sir Broadasseron fece avanzare il cavallo, come se volesse godersi gli ultimi istanti di vita del rivale. Mentre egli con la mano destra stringeva l'aria come a volerla artigliare, Ruggero si puntell sui gomiti. Quella situazione equivaleva a un disastro: senza i suoi ordini, i Biancoverdi avrebbero tentato una fuga disordinata e i mercenari di Filippo ne avrebbero approfittato per sterminarli. Oppure, peggio ancora, avrebbero gettato le armi, inconsapevoli che Filippo non avrebbe dimostrato per loro nessuna piet.
Richiamando a s l'ultima, disperata, capacit di concentrazione, impose alle sue orecchie di escludere i suoni atroci della battaglia in corso. Avvolto adesso nel silenzio pi assoluto, si accorse del cuore che gli batteva forte in gola e alle tempie. Si chiese se si trattasse di paura o se era solo l'affaticamento.
Sto decidendo se farvi schiacciare dalle zampe del mio destriero o smontare e passarvi a fil di lama. Muoio dalla voglia di pisciare sul vostro cadavere. Vi offro la resa e una fine dignitosa, oppure la morte e la sconfitta per i vostri soldati gli propose, con quello sgradevole accento francese. Dovette urlare per farsi sentire, i rumori della battaglia erano diventati assordanti.
Dalle mura Bastiano assisteva alla scena. La sensazione di impotenza lo rendeva inquieto ed emise una sfilza di imprecazioni. Possibile che i santi e la Vergine non proteggessero il suo comandante?
Con la coda dell'occhio vedeva i suoi arcieri che incoccavano e lanciavano con sorprendente rapidit, tenendo rimpiattati gli arcieri nemici e impedendo loro di colpire i Biancoverdi alle spalle.
I soldati in sortita stavano comunque reagendo sorprendentemente bene all'assalto. Nonostante i molti caduti, con la barriera di scudi impedivano adesso ai nemici di portare a segno la maggior parte dei colpi; la loro inferiorit numerica, tuttavia, li stava comunque proiettando verso la sconfitta.
Con Ruggero in quella situazione poi...
Ruggero sput a terra sangue e saliva. Credete davvero che
io abbia intenzione di arrendermi? Il vostro padrone vi ha parlato troppo poco di me allora... Al contrario, anch'io avrei un desiderio ardente: tagliarvi la gola e fare poi lo stesso a Filippo. Solo allora la battaglia si potr dir finita. Piuttosto, invece di dare fiato a quelle canne francesi, perch non smontate da cavallo e vi battete alla pari? sugger mentre cercava di rialzarsi.
Dovette per tornare a terra quando il cavallo del nobile francese inizi a girargli attorno, colpendo con lo zoccolo anteriore il suolo.
Stringendo forte le briglie, Sir Broadasseron si godeva quel lento tormento inflitto all'avversario, che adesso pareva privo di ogni possibilit di scampo. Ma vi siete visto, Ruggero? Siete stremato e con il sedere per terra. Privo dello scudo e della dignit... Accettate la mia proposta. Scoppi in una fragorosa risata. Datemi retta, approfittate della mia passeggera magnanimit, rendetemi la vostra spada e io vi consegner a Filippo intero.
State indugiando troppo: perch non mi uccidete e la fate finita? Non  che, per caso, la vostra spada non  abbastanza lunga da infilzarmi da lass? Scendere dalla sella sarebbe una bella prova di coraggio! replic Ruggero, sorridendo come se non stesse a un passo dalla morte.
Sir Broadasseron tir energicamente le briglie e, con manovra esperta, impose al cavallo di schiacciare l'uomo che aveva ai suoi piedi. L'animale, ancora ebbro della frenesia della battaglia, inizi a sbattere con gli zoccoli anteriori, diretto verso il comandante dei Biancoverdi.
In preda al terrore, Ruggero gir lo sguardo alla ricerca di una soluzione istantanea. La vista di un'alabarda persa da un soldato morente gli riaccese la speranza. Strusciando sulla schiena, riusc ad afferrarla e a stringerla con entrambe le mani. La rivolse al busto del cavallo con tutta la forza che gli era rimasta.
La bestia, con la carne lacerata, si impenn, disarcionando il suo padrone. Il francese cadde all'indietro in uno strepito di corazza e imprecazioni. In un baleno Ruggero gli fu addosso e tra di loro si accese il combattimento, che pareva una zuffa. I pugni che gli sferrava giravano il volto del nobile da un lato e poi da quello opposto, sbottando di sangue e saliva. Quando il francese riusc a reagire, sollev con una forza sorprendente Ruggero dalla cintura e lo rovesci di fianco. Poi gli si lanci sopra e prese a percuoterlo a sua volta.
Ruggero avvert il sapore del ferro mentre cercava di reagire a quella furia. Aveva sentito parlare del valore in battaglia del suo avversario, ma non lo credeva formidabile fino a quel punto. Ogni colpo veniva assestato con una potenza tale che la vista gli si annebbiava per qualche istante e il senso di nausea diventava sempre pi forte. Ma ricord a se stesso che anche lui era un combattente. E se era arrivato tutto intero fino a quel punto, o aveva goduto del favore dei santi e di Nostro Signore, oppure aveva usato la spada molto meglio dei suoi avversari.
Le dita di Sir Broadasseron che cercavano freneticamente di insinuarsi nelle orbite dei suoi occhi lo scossero dai suoi pensieri. Ruggero incune il gomito sotto l'attaccatura del braccio dell'altro, costringendolo a rimanere distante almeno una trentina di pollici, poi gli assest un pugno al mento. Cos facendo, guadagn tempo per estrarre il pugnale dal fodero.
Aveva avuto la stessa idea anche Sir Broadasseron che, vedendosi impedito a finire il nemico, aveva deciso di provare a sgozzarlo.
Ruggero fu pi rapido. Infil la propria lama nel fianco del nobile francese, che spalanc la bocca. Nondimeno, la tenacia del francese gli permise di avvicinare pericolosamente la sua lama alla gola e la mano sinistra con cui Ruggero cercava di tenerla lontana inizi a tremare per la fatica. Sir Broadasseron spingeva sempre pi forte, fissando il volto sottostante di Ruggero.
Ruggero premette ancora di pi la lama, allargando lo squarcio. Gli occhi di Sir Broadasseron si rigirarono, eclissando la pupilla. Dalla bocca colava adesso molto sangue, scuro e denso. Con un singulto, lo sput sul volto del comandante Biancoverde. La sua forza andava riducendosi e. infine, dalla gola provenne un gorgoglio disgustoso e il suo volto divenne livido.
Ce l'aveva fatta. Aveva sconfitto un rivale micidiale quale Sir Broadasseron. La fuga dalla Francia non l'aveva reso immune dal suo destino, pens Ruggero, che respirava veloce stravolto dalla fatica.
Si liber del corpo e si rialz malfermo sulle gambe. Ci mise solo qualche attimo per riprendere le forze e la prima cosa che fece fu ordinare ai superstiti del suo drappello di ripiegare.
Un istante prima che la porta venisse richiusa, gli sguardi di Ruggero e di Filippo si incrociarono, carichi di rancore reciproco.
Quando le guardie bloccarono gli enormi battenti con una trave posta trasversalmente, i Biancoverdi caddero sulle ginocchia, sopraffatti dalla fatica. Qualcuno dette di stomaco, altri si sdraiarono a terra. Taluni pregarono e piansero perfino. Per parecchio tempo, in pochi ebbero la voglia di parlare.
La mano di Bastiano sulla spalla era il chiaro segno che non era ancora venuto il momento di lasciarsi andare.
Cosa accade? chiese Ruggero all'amico.
Si stanno preparando a lanciare l'attacco alle mura. I nostri arcieri sono gi pronti, ma servono anche i fanti per presidiare i camminamenti e difenderli lo avvert l'altro. Ce la faranno a sostenere altri scontri nello stato in cui versano?
Le gambe del comandante dei Biancoverdi si mossero tremanti verso la scala che portava alle mura. Bastiano lo segu qualche passo pi indietro. Raggiunte le strettoie dietro le merlature, lo spettacolo che si present loro non fu certo dei pi rasserenanti: gli uomini d'arme di Filippo si stavano disponendo in formazioni pronte a dare l'assalto; gli arcieri avevano cambiato posizione e si erano appostati dietro i ripari, pronti a far piovere frecce inibendo eventuali reazioni. Dopodich avrebbe avuto inizio l'offensiva vera e propria ed era quello il momento in cui sarebbe stato necessario disporre bene le proprie forze. Spesso, in caso di assedio di una fortezza, un manipolo di soldati poteva tenere testa a un intero esercito, se la difesa fosse stata ben disposta.
Dal basso una voce squarci la tensione dei preparativi.
Sei pronto a morire, razza di bastardo? url con tutta la voce che poteva Filippo de' Tedici, puntando la propria spada in direzione del comandante dei Biancoverdi.
Tutti gli sguardi in quel momento si puntarono su Ruggero, che di contro non replic. Si limit a scrutare lo schieramento sottostante, prima di avviarsi di gran passo verso i suoi arcieri. Non sprecate le vostre frecce. Aspettate che inizino la carica prima di scoccare. Mi raccomando, mirate bene. Pi ne centrerete, maggiori saranno le probabilit di respingere l'assalto. Non perdete la calma e la lucidit.
Mentre pronunciava quest'ultime parole, un arciere distolse
lo sguardo. Richiamando l'attenzione degli altri, indic dall'altra parte delle merlature. Signore... sta accadendo qualcosa. Gli uomini di Filippo non si muovono,  come se attendessero un contrordine.
Ruggero e Bastiano si affacciarono. Era vero, stava accadendo qualcosa di bizzarro: Balduccio de' Salani, il comandante dell'esercito pistoiese, si affacci alla piazza, forte di un reparto di alabardieri, circa duecento uomini ben armati ed equipaggiati. Portavano le insegne della citt, con i colori arancione e bianco. Al fianco del Salani, avanzava anche Lapo Cancellieri. Procedettero lentamente fino ad arrivare di fronte a Filippo, che storceva il volto contratto dal fastidio.
Mentre Balduccio non riusc a incrociare lo sguardo carico di risentimento di Filippo, volgendolo alla criniera del cavallo e fingendo di calmarlo con carezze, Lapo Cancellieri, all'opposto ostentando una calma irritabile, gli rivolse la parola: Filippo, vostro zio mi manda a imporvi di ritirare le vostre forze immediatamente. Castruccio Castracani sta muovendo le sue truppe verso la citt e ogni soldato sar prezioso.
L'ira di Filippo era fin troppo evidente e non fece nulla per nasconderla. Riferite a mio zio che non prender pi ordini da lui e che...
Lapo Cancellieri si avvicin a lui, interrompendolo. Bruscamente disse: Vedr di essere pi chiaro allora. Se non ritirerete subito i vostri tagliagole, sar io stesso che vi condurr in catene. Fossi in voi rimangerei le ultime parole e obbedirei all'ordine di vostro zio, che si dimostra sempre pi saggio di voi.
L'ironia del Cancellieri non piacque affatto a Filippo. Vi far cavare gli occhi per questo affronto gli ringhi in faccia.
Il Cancellieri tir le redini, facendo girare il cavallo. Prima di allontanarsi, volle replicare: Toglietevi quel ghigno dalla faccia... potreste raggiungere Nostro Signore molto prima che riusciate a portare a termine il vostro disegno. Detto ci spron l'animale e raggiunse il capitano dell'esercito.
Lo avete convinto? chiese Balduccio, esibendo un atteggiamento fintamente coraggioso che irrit l'altro.
Lapo Cancellieri lo guard di sbieco.  solo grazie al vostro rango che ricoprite questa carica... siete pi timoroso di una donna. Indic con la mano la strada. Prego messere, cedo lo passo mio lo schern.
Il capitano dell'esercito alz il mento in modo austero e fece avanzare il proprio cavallo, seguito dai portatori delle insegne del suo casato e della citt.
Poco dopo inizi il lento ritiro dei mercenari di Filippo de' Tedici.
I Biancoverdi non credevano ai propri occhi. I nemici lasciavano la piazza, terminando cos l'assalto. Cosa poteva essere accaduto, si domandavano tutti.
Comandante? Comandante, mi sentite? un arciere lo chiamava senza ricevere risposta. Comandante? insistette.
I pensieri si dissolsero nella testa di Ruggero, che si volt verso di lui. Cosa?
L'arciere, che adesso aveva la sua attenzione, gli fece notare che aveva iniziato a piovere e gli spieg che i suoi compagni d'arco avrebbero dovuto togliere le corde dai fasciami per evitare che perdessero la loro forza di torsione.
Ruggero annu ancora confuso. Lasciane due di guardia. Che avvolgano gli archi nelle pelli per proteggerli, ma che non tolgano la corda. Gli altri possono tornare negli alloggiamenti. Che riposino con un occhio aperto e l'altro chiuso.
Dando esecuzione agli ordini, l'arciere si allontan raggiungendo i compagni.
Bastiano si avvicin. Cosa pu essere accaduto secondo voi?
Quando ho visto le guarnigioni dell'esercito, ho temuto che fossero giunte in aiuto di Filippo. Invece sembra che l'abbiano costretto a desistere. Non perdiamo l'occasione e diamoci da fare. Fate preparare un pasto caldo per gli uomini. Raddoppiate la ronda. Fate in modo che i feriti vengano curati. Ruggero dispensava ordini, cercando contemporaneamente di far lavorare la propria mente. Un'ultima cosa... disse voltando le spalle all'amico.
Cosa?
Fate sellare il mio cavallo disse infine, prima di scendere le scale raggiungendo la torre. L chiese udienza al vecchio Pucci, che lo ricevette immediatamente dopo.
Perch siete qui? chiese. Pareva invecchiato ancor di pi a causa degli ultimi avvenimenti.
Ruggero si fece avanti. Aveva il volto sporco di fuliggine, sudore e sangue. Devo chiedervi di dare un premio agli uomini che hanno combattuto e... non solo.
L'anziano fece segno di s con il capo, ma si vedeva che non era contento di quella richiesta.
Il comandante lo incalz: Abbiamo avuto delle perdite. Tutti hanno combattuto con molto valore. Devono ottenere un riconoscimento dopo aver ben difeso la vostra dimora. Il morale  basso, i loro occhi sono stati testimoni della potenza bellica dei Tedici. Avete pensato che quelli faranno di tutto per corrompere gli uomini? Ma non  tutto, mio signore. C' da aspettarsi che Filippo e Ormanno eliminino le casate rivali per non avere intralci ai loro interessi e trame. E voi... lo indic siete in cima alla lista.
Il vecchio guard in basso, riflettendo. Annu, prima leggermente e poi pi convinto. Sta bene, che vengano ricompensati. Fece segno al notabile, che subito raccolse la chiave del forziere che teneva al collo.
Ruggero si schiar la gola: Non ho ancora concluso, mio signore.
Lo sguardo vivido e velato del Pucci si pos sul suo, accusandolo di indelicatezza. Ditemi dunque cos'altro volete.
Denaro.
La risposta spiazz l'anziano banchiere. E cosa intendete farne? chiese, sporgendosi con il busto come se volesse approssimarsi al comandante.
Ruggero si chin su di lui e, parlandogli all'orecchio, spieg i propri propositi.
Sotto una pioggia battente usc dalla dimora, lanciando al galoppo il cavallo.
Si avvicin al quartiere pi devastato dalle scorrerie dei
tagliagole di Filippo. Erano molte le abitazioni distrutte dalle fiamme, a dimostrazione di cosa accadeva a chi avesse appoggiato la causa dei Biancoverdi.
Ruggero smont e si avvicin a un uomo che sorreggeva un sacco. Dalla forma della sagoma si intuiva cosa contenesse.
Era uno dei vostri figli? chiese, senza distogliere lo sguardo dal fagotto. L'uomo annu con il volto stravolto dalla sofferenza.
Ne avrete altri a cui pensare... insistette il Biancoverde.
L'uomo fece segno di s. Due femmine e uno in arrivo. La voce era poco pi che un sussurro.
Ruggero frug in un sacchetto che teneva assicurato alla cintola. Tir fuori due lire e le porse a quel padre. Ricostruisci la tua casa e provvedi a loro. Buona fortuna.
L'uomo apr il palmo della mano e ricevette il denaro. Sapeva chi glielo aveva donato, e se si trovava in quelle condizioni era proprio a causa del fatto che aveva partecipato alla ricostruzione di alcune abitazioni di famiglie sventurate con l'aiuto dei Biancoverdi.
Poi fu la volta di Leonardo, l'oste. I due si trovarono uno di fronte all'altro.
Leonardo...
Cavaliere...
Come va, vecchio mio? gli chiese.
Potrebbe andare meglio, gli uomini di Filippo hanno dato alle fiamme la locanda... ma siamo riusciti a spegnere l'incendio prima che la divorasse del tutto. Abbiamo perso gran parte del tetto e il magazzino. Ce la caveremo... concluse, battendo sulla spalla del comandante.
Ho qualcosa per voi, vi dar una mano a ricominciare. Apr la mano, svelando una moneta d'argento. Non baster, lo so, ma potrete almeno pagare il legname per il tetto... aggiunse.
Di diverso parere era Freda, che accorse interrompendo quella conversazione. Per colpa vostra ecco come siamo ridotti. Avete fatto un giro della zona? Case distrutte, decine di morti e botteghe devastate, e voi? Dov'eravate quando accadeva tutto questo? Che Dio abbia misericordia delle anime dei vigliacchi. Presa dalla collera, si avvicin a Ruggero. Adesso sparite! Colp la mano facendo volare via la moneta. Non vogliamo il vostro denaro.
Freda gli volt le spalle tornando a quello che stava facendo, tuttavia si vedeva che la collera non le permetteva di concludere alcunch, perch non faceva altro se non spostare un mattone da una parte all'altra senza uno scopo.
A quel punto intervenne Leonardo, cercando di giustificare sua moglie: Non te la prendere ragazzo, la locanda era tutto ci che avevamo. E adesso guarda...  ridotta a un mucchio di macerie, senza contare che il Capitano dello Popolo ci imporr nuove tasse per farci pagare cara la nostra simpatia nei vostri confronti. Si chin, raccolse la moneta d'argento e gliela strinse nella mano. Datela a qualcuno a cui hanno bruciato la casa... io qua me la caver. Gli batt una mano sulla spalla.
Leonardo, eravamo sotto attacco, non ci permettevano di accorrere in vostro soccorso... prov a spiegare.
Ormai cosa pu importare? accenn un sorriso dal retrogusto amaro. Vai ragazzo, qui non servi concluse, prima di allontanarsi.
Ruggero rimase impietrito. La pioggia colava sul suo volto, lavando i segni della battaglia che lo aveva visto protagonista insieme agli altri Biancoverdi. Poi, come scosso da una mano immaginaria, torn in s e si volt. Il cavallo lo attendeva con la testa china, sottomesso alla pioggia che cadeva incessantemente. Ruggero raccolse le briglie e lo tir dietro di s: aveva voglia di camminare.
Poco distante, coperto da una tettoia e avvolto nel mantello cerato, occhi indiscreti osservavano il cavaliere Biancoverde camminare solo, pronti a riferire ogni sua mossa al suo signore. Genserico sapeva guadagnarseli i denari che riceveva dai forzieri di Filippo de' Tedici e prevedeva che, prima o poi, avrebbe ricevuto del denaro per eliminare colui che stava tenendo d'occhio.
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CAPITOLO 16.
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Ancora pioggia. Erano pi di venti giorni che non smetteva. La citt era ridotta a un pantano, mentre i terreni circostanti erano sommersi per almeno quattro pollici.
Era appena sorta l'alba e Isadora era completamente fradicia quando si infil in vico delle Tombe e buss alla porta di Clorinda.
La donna che apparve all'uscio aveva i capelli coperti da una cuffia merlettata e uno scialle sulle spalle.
Chi sei? Cosa cerchi a quest'ora? chiese la donna.
Io... mi chiamo Isadora e... Abbass lo sguardo prima di continuare. Sono quasi tre giorni che non mangio... e prima ancora mi nutrivo con ci che trovavo. Pronunci tali parole come se facesse uno sforzo enorme, infatti appena concluse di parlare scoppi a piangere, coprendosi il volto tra le mani.
Clorinda gliele prese e con un dito le alz il mento. La vide in volto e non riusc a trattenere una risata. La ragazza aveva gli occhi infossati e contornati da occhiaie. Era magra e aveva le labbra sciupate. Si vedeva che non se la passava bene, avrebbe dovuto lavorarci un po' su, ma era proprio la provvidenza che l'aveva mandata a bussare alla sua porta.
Da qualche giorno era morta una delle sue ragazze e gli
incassi erano diminuiti sensibilmente. Un'altra si era ammalata di chiss che cosa e sputava sangue a ogni colpo di tosse.
La invit a entrare e ad avvicinarsi al caminetto acceso. In ogni angolo c'erano ragazze che dormivano esauste.
Smettila di tremare adesso... la fiamma arde vigorosa e tra poco ti scalderai. Togliti i vestiti, fammi vedere come sei fatta. Clorinda non bad ai convenevoli.
Isadora sapeva a cosa stava andando incontro, ma tolse ugualmente gli indumenti con imbarazzo crescente. Solo Dio sapeva cosa avrebbe dato per un pezzo di pane...
Clorinda le gir attorno. Sfior le braccia e soppes i seni. Diede un pizzico ai capezzoli, ridacchiando nel vederli intumidire. Poi le sue dita scivolarono sulla pancia, fino a infilarsi tra le gambe. Isadora apr di scatto le labbra quando si sent oltraggiata dalle dita della donna che le esploravano il ventre.
Non temere...  solo che preferisco controllare la merce che vendo e, a giudicare da quanto ho compreso, mi farai fare dei buoni affari. Il tuo ventre  caldo e accogliente, cosa che piace molto agli uomini. Ben arrivata tra noi, Isadora. Le sorrise, ma era un riso di scherno pi che un segno di benvenuto.
L'espressione della donna si fece poi pi dura. Abbiamo qualcosa da dirci prima che tu possa iniziare a lavorare per me: a te spetta un soldo dei tre che dovr pagare ogni cliente. Capiter di sovente che i nobili richiedano due o tre, talvolta quattro ragazze, per trascorrere la notte nelle loro dimore. A quel punto il notabile vi consegner un popolino e, in tal caso, a ognuna delle prescelte spetteranno due soldi. Io sono l'unica che comanda qua dentro e su questo punto spero di essere abbastanza chiara. In caso contrario, chi viola le mie regole o disobbedisce a un ordine verr punita.  tutto.
Si concluse cos il discorso di benvenuto di Clorinda. Isadora fece segno di aver capito. Ho fame... io ho molta fame, mia signora implor piagnucolando.
Clorinda batt le mani due volte. Una serva apparve dalla cucina e chin il capo.
Porta del cibo a questa donna. E della birra, se ne  rimasta ordin.
La serva spar e, quando riapparve, teneva tra le mani una ciotola con del pane immerso in una zuppa.
Non appena la poggi sulla tavolaccia, Isadora vi si lanci sopra e inizi a divorare il cibo con avidit.
Mentre mangiava, Clorinda le si avvicin infilandole l'indice tra i capelli, iniziando ad arricciare una ciocca. Sei molto carina, Isadora; stasera farai un bagno e ti farai condurre nella mia stanza. Vorrei insegnarti alcuni trucchetti...
Per un breve istante Isadora smise di masticare. Poi riprese, lanciando un'occhiata compiacente all'altra.

Accampamento dell'armata lucchese.
Il fumo acre dei bivacchi aleggiava pesante e sembrava un velo rischiarato dai bagliori delle torce. Taluni imprecavano all'esito del lancio dei dadi. Altri scambiavano oggetti recuperati durante i saccheggi.
Una mezza dozzina di mercenari della Borgogna dividevano il contenuto di una piccola botte annerita dalla fuliggine. Si davano di gomito, indicando un loro compagno che era caduto nel suo stesso vomito.
Fuori la tenda delle meretrici stava la fila di clienti, le cui attenzioni erano rivolte ai gemiti di una ragazza dai capelli fulvi, evidentemente colta alla sprovvista dalle capacit di un arciere lucchese. Un'altra accoglieva tra le cosce un maniscalco, che si dava un gran da fare per far fruttare la somma investita.
Il contingente di Montecarlo se ne stava in disparte. I loro ufficiali avevano dato espressamente ordine di non unirsi agli altri per evitare risse fratricide ed epidemie. Gi qualcuno era stato colto dalle febbri.
Una turma di cavalieri attravers l'accampamento in procinto di uscire in perlustrazione, schizzando fango su chi non avesse fatto in tempo a spostarsi. Dalle froge dei cavalli si vaporizzavano nubi di condensa.
Le grida degli ufficiali indicavano il cambio della guardia.
Nella tenda del Castracani era in corso il consiglio di guerra.
Il consigliere militare puntava il dito sulla mappa, che indicava le fortificazioni dei piccoli borghi.
Sono di propriet di famiglie nobili, per lo pi di parte guelfa. Hanno a disposizione dei piccoli eserciti che non superano le trenta, quaranta unit al massimo... ma ho gi ricevuto le loro delegazioni, con cui ho saldato un'intesa.
Lo sguardo di Castruccio si fece interrogativo e l'altro si affrett a spiegare meglio: Non accorreranno in aiuto a Pistoia in caso di attacco, ma in cambio noi non prenderemo d'assedio le loro mura. Cos avremo guadagnato almeno sei mesi e, con l'arrivo del bel tempo, ci impegneremo con l'accerchiamento della citt senza aver perso uomini inutilmente.
Castruccio si fece un po' torvo in volto. Non erano le signorie locali a destar preoccupazione in lui, ma quel dannato maltempo. Le piogge avevano ridotto l'accampamento a un immenso acquitrino. I cavalli non avevano abbastanza biada, le scorte stavano ammuffendo e marcendo. Tra le truppe si era scatenata una pestilenza che costringeva gli uomini a svuotare le budella in continuazione. E, a causa di tale morbo, erano gi a decine i morti, che venivano ammucchiati e sepolti in fosse comuni scavate nel fango.
Non si riusciva neppure a camminare senza affondare nella mota fino alle caviglie. Gli stivali in cuoio degli armigeri erano solo un impiccio e in molti preferivano toglierli e camminare a piedi nudi. Questo per causava altre malattie, che rovinavano la pelle rendendola gonfia e livida.
Riusciva difficile reperire della legna asciutta, era necessario requisire i granai e le stalle ai contadini per tenere la legna al riparo e, nonostante ci, in pochi punti si riusciva a tenere accesi i fuochi.
Il condottiero lucchese si alz e si avvicin alla cartina, misurando con il pollice la distanza tra il suo esercito e le mura di Pistoia.
Se non smette di piovere, non metteremo mai in ginocchio i guelfi pistoiesi e tutto ci che abbiamo fatto finora risulter vano.
Il consigliere gli si avvicin. Aveva il volto illuminato dalla luce prodotta dalle candele gocciolanti. Non abbiamo di che temere, signore: Pistoia  spacciata. Non ricever alcun aiuto esterno. Sappiamo che il papa non invier nessun esercito, dopo l'assassinio del suo messo in quella citt. Sghignazz. Sono io che ho scritto la lettera con cui davo notizia dei fatti. Si sfreg le mani come se stesse per concludere un affare, ostentando soddisfazione per le proprie capacit.
Castruccio gli pos la mano sul braccio. Sono circondato da suggeritori micidiali, a quanto pare.
E non  tutto. Firenze rester a guardare, sanno benissimo che potremmo muovere verso di loro e non gli conviene accorrere in aiuto dei vicini lasciando sguarnita la loro cerchia muraria puntualizz il consigliere.
Bologna?
Non ha mai avuto in simpatia i pistoiesi.
I francesi?
Hanno altro a cui pensare, con gli inglesi che aspirano a riconquistare la Borgogna.
Una guardia interruppe la conversazione. Irrigiditasi nel saluto militare, annunci una visita.
Quando Filippo de' Tedici fece ingresso nella tenda, la guardia pos la mano sull'elsa della spada, pronta a ogni evenienza.
Cos', non vi fidate di me, magnifico signore? ironizz, accorgendosi del gesto furtivo. Oppure avete intenzione di non farmi uscire vivo dalla tenda?
La replica di Castruccio non si fece attendere: Mai fidarsi dei pistoiesi, venderebbero la madre per dieci soldi.... Picchiett con le dita sull'elmo poggiato accanto alla sua seduta. Tagliamo corto: per quale motivo avete voluto vedermi?
Filippo schiar la voce. Poi, con gesti lenti, tolse il mantello cerato grondante d'acqua che stava inzuppando il suolo di terra battuta.  giunto il momento giusto per attaccare.
La risata fragorosa del Castracani scaturita da tali parole lo irrigid a tal punto che strinse forte i denti prima di ringhiare: Intendevo dire... nonostante questa dannata pioggia,  l'occasione giusta: i pistoiesi sono allo stremo. Cibarie inadatte e insufficienti per i soldati. I depositi della pece incendiaria allagati. Molte casate hanno difficolt a pagare le milizie al loro servizio e si contano ormai a decine le diserzioni. Le bestie si stanno ammalando e trovare il latte di capra  diventata una fortuna. Filippo adesso aveva un'espressione trionfante.
Castruccio apr le braccia come se accogliesse un fratello. Come avrei potuto fare senza un alleato affidabile come voi, caro il mio Filippo? Ma ditemi scatt in piedi avete idea di come si possa muovere un intero esercito? Avete mai avuto esperienza di cosa voglia dire iniziare un assedio?
A Filippo non sfugg l'ironia di quella domanda e avvert l'impulso di tagliargli la gola, ma desistette immediatamente quando si accorse che due alabardieri lucchesi erano pronti a staccargli la testa alla sua prima mossa.
Lo avevo detto io, mai fidarsi di un pistoiese. Voi si avvicin cos tanto che i due visi per poco non si toccarono voi siete un ambiguo e viscido traditore, pronto a far saccheggiare la propria citt per acquisire ricchezze e potere. Se non avessi intravisto in voi una certa utilit per raggiungere il mio scopo con il minimo sforzo possibile, sareste stato il primo a cui avrei tagliato i coglioni, prima di farvi impiccare nella piazza dello domo.
I due rimasero per qualche istante uno di fronte all'altro; gli alabardieri e la guardia tennero pronte le armi.
Fu lo stesso Castruccio a stemperare l'atmosfera, voltandosi e dirigendosi verso un tavolino dove era posata una brocca di vetro colorato. Vers dell'idromele in una coppa e la porse al nobile pistoiese. Filippo non la raccolse, se ne stava immobile con i pugni stretti e il respiro accelerato. Lo sguardo stralunato mostrava la parte predominante del suo carattere, colma di follia e odio.
Tenete. Non  avvelenata, vedete? e ne bevve un sorso a dimostrazione.
Solo allora Filippo la prese e ne trangugi il contenuto. Ne vorrei ancora chiese.
Il condottiero lucchese gliene vers dell'altro, lanciando un'occhiata agli alabardieri. Questi compresero immediatamente e riportarono le armi al loro fianco.
Ho una richiesta da farvi, mio caro, come dire... amico. Ridacchi prima di proseguire: Le mie spie mi hanno riferito che il valore del tesoro di santo Jacopo pare sia molto ingente. Si tratta di centinaia di fiorini e ambrosini d'oro, oltre a migliaia di popolini. E ancora gemme, spade e reliquiari. Oggetti sacri in argento e oro e addirittura la corona di Radagaiso. Nei suoi occhi balen un lampo d'avidit.
Dunque, messere, quale sarebbe la vostra richiesta? azzard Filippo con atteggiamento tracotante. In realt era molto preoccupato, poich era proprio al tesoro di san Jacopo a cui ambiva, una volta fatta distruggere la citt. Adesso quel bastardo di un lucchese aveva diretto le proprie mire verso quella fortuna, che spettava a lui e a lui soltanto. Avrebbe dovuto modificare i suoi piani: non avrebbe condiviso tali ricchezze con Lapo Cancellieri, figurarsi se l'avrebbe fatto con un mercenario lucchese.
Castruccio lo inchiod con lo sguardo. Comprendo la vostra preoccupazione, scommetterei uno dei miei cavalli da guerra sul fatto che gi gustavate il profumo di quell'oro, non  forse cos? Sghignazz. Faremo a met. Spero che voi apprezziate la mia generosit.
A quelle parole segu qualche attimo di silenzio, durante il quale entrambi si studiarono guardandosi negli occhi.
Filippo decise di rispondere con un'inconsueta vena diplomatica: Sta bene. Che si divida in parti uguali. Lo faremo uscire dalla citt durante il saccheggio e lo spartiremo nella tenuta di campagna della mia casata, si trova non molto distante da qui, in una localit chiamata Badia a Pacciana. L vi attenderanno parte dei miei uomini e la dimora  fortificata, cosa che garantir che non vi siano occhi indiscreti.
Il piano pareva chiaro, tuttavia Castruccio pretese una prova della fedelt del pistoiese. A un impercettibile gesto del mento, i due alabardieri afferrarono Filippo e lo sbatterono sulla tavolaccia con la guancia schiacciata sul piano.
Cosa state facendo, bastardo di un lucchese? Lasciatemi subito... sono un nobile e vi far tagliare le mani per questo! url a squarciagola, dimenandosi energicamente.
Ma la presa dei soldati lucchesi era tale che non riusc a liberarsi.
A proposito di tagliare... per suggellare il nostro nuovo patto dovrete lasciarmi un pegno della vostra onest. Castruccio strasse il pugnale dal fodero e afferr il lembo di un orecchio. Con un gesto rapidissimo lo stacc di netto.
Filippo cadde in ginocchio tenendosi l'orecchio mozzo con la mano, il sangue che gli fluiva tra le dita. Figlio di una scrofa! Vi uccider per questo! Alz lo sguardo verso quello di Castruccio. Io vi uccider per questo! ripet.
Tornate in voi, non dimenticate che siete un condottiero!
lo schern il Castracani, tornando a guardare la cartina sul tavolaccio e lanciando un sorriso al suo consigliere militare. Senza voltarsi dispose: Il nostro incontro  terminato. Accompagnate l'ospite alla porta.
Gli alabardieri trascinarono Filippo fuori dall'accampamento, gettandolo con la faccia nella poltiglia, ai piedi del suo cavallo. L lo attendevano Pancrazio, il mercenario fiorentino, e una decina di soldati.
Portatevelo a casa, codesto grullo sfotterono i lucchesi.
Pancrazio smont e aiut il suo padrone, che si dimen colpendolo con uno schiaffo.
Quando avr bisogno del tuo aiuto, sar io a chiederlo!

Pistoia. Mattina del 13 aprile 1323.
Non era quello che avrebbe voluto vedere. Ruggero distolse lo sguardo, puntandolo verso un angolo. Tolse la ciocca di
capelli bagnati appiccicata alla fronte prima di tornare a considerare ci che aveva notato: Maffeo rovistava tra i rifiuti. Si copriva con una coperta completamente fradicia e gocciolante, indossava una sola scarpa, l'altro piede era scoperto e affondava nella fanghiglia. Parlava come se avesse vicino a s qualcuno. Gesticolava vistosamente, bofonchiando e ridendo per nulla: un atteggiamento che sfiorava la follia.
Messere Maffeo... lo chiam. Non ricevendo attenzione, prov ancora: Messere Maffeo, sono Ruggero da Suio, rammentate?.
Nulla. Maffeo non si volt neppure, continuando a ridere.
Ruggero pos la mano sulla spalla del commerciante di stoffe.
Guardandolo stavolta in volto, riprov: Messere, siete zuppo e tremate come una foglia: venite, cerchiamo un fuoco.
Il volto del Maffeo tramut, palesando una sensazione di malessere, profondo, ancestrale, non riconducibile all'incontro, ma a rancori o a forti dispiaceri. Probabilmente riconduceva la persona alle sue disgrazie. Parve riconoscerlo, senza tuttavia mostrare n rancore n rabbia. Si limit solamente a fare segno di no con la testa.
No... no... inizi a tremare. Le foglie dite? Ne ho viste di marroni, ma anche di blu. E non pensiate sia stato semplice, ragazzo mio, sapete? Gli elfi delle montagne non me le facevano raccogliere e poi... si gratt la barba ispida e incolta. Distolse lo sguardo, fissando un punto nel vuoto come se avesse avuto una visione. Sei tu, Ambra? Sei arrivata finalmente, dobbiamo aprire la bottega, spicciati a spalancare le imposte. I clienti se ne vanno quando trovano tutto sbarrato.
Ruggero si volt, scoprendo ci che sapeva gi. Dietro di lui non c'era nessuno, tantomeno Ambra, la moglie che era morta ormai da qualche tempo. La conclusione era che il vecchio Maffeo era alienato. Gli ultimi avvenimenti lo avevano evidentemente sconvolto.
Come se nulla fosse, il venditore di stoffe torn a rovistare tra gli scarti e a ridere. Ruggero lo lasci, sentendolo canticchiare una vecchia canzonetta che intonavano i bambini quando giocavano con gli orsi delle fiere.
Camminando si domand che fine avesse fatto Isotta, se fosse ancora... Scosse il capo, cercando di scacciare quell'atroce pensiero. No, si impose di pensarla viva e al sicuro.
La citt era ridotta a un pantano. Topi grossi come gatti setacciavano ogni angolo in cerca di cibo, camminavano lungo i vicoli e non era inconsueto che si notassero rosicchiare finanche le zampe dei cavalli.
Era arrivato finalmente, non ne poteva pi di camminare sotto quella pioggia battente.
Buss alla porta in modo energico, ben conoscendo quanto fosse bizzarra la persona che avrebbe dovuto aprirgli.
Infatti, si rese necessario bussare ben pi di una volta. Quando finalmente la porta si apr, Martino de' Vigiseldi indossava un grembiule di cuoio completamente sporco. Non si cap bene di cosa fosse insozzato ma una cosa era certa: se non avesse voluto macabre sorprese, era meglio non fare domande.
Cosa ci fate qui? Con questa pioggia poi... lo accolse Martino.
Volevo solo accertarmi che... cerc di spiegare Ruggero circa il motivo della sua visita, venendo subito interrotto.
Ma non statevene l a inzupparvi. Si fece di lato invitandolo a entrare. Entrate, lo foco arde, ho ancora una buona scorta di legna asciutta fortunatamente.
Ruggero tolse il mantello cerato e lo poggi a un gancio facendolo sgocciolare. Si avvicin al grosso caminetto e sfreg le mani nel tentativo di scaldarsi un po'.
Allora, il motivo della vostra visita? chiese Martino mentre frantumava dei cristalli.
Volevo accertarmi che la rappresaglia dei tagliagole di Filippo avesse risparmiato almeno voi fu sincero Ruggero. Tuttavia, non era solamente quello il motivo della sua visita. Se le chiacchiere che giravano erano vere, non mancava ancora molto a che l'esercito di Castruccio Castracani mettesse sotto assedio la citt. Fonti ben informate descrivevano l'armata di migliaia di soldati, munita di macchine d'assedio micidiali. A quel punto Ormanno de' Tedici e il suo consiglio di guerra avrebbero radunato tutti i nobili della citt, avrebbero chiesto di fornire le truppe necessarie alla difesa, contribuendo cos a rinforzare l'esiguo e malridotto esercito pistoiese. Ma l'assedio lucchese sarebbe stato feroce e violento e le vittime e i feriti si sarebbero contati a decine tra i Biancoverdi come per le altre forze in campo. Lui voleva assicurarsi che il medicus avrebbe servito i Biancoverdi, curando i loro feriti. Era quello che voleva proporre andando a casa sua.
Quando Ruggero ebbe finito di prospettare le sue richieste, vide con sconforto che Martino scuoteva la testa in segno di diniego.
Perch fate cos? domand.
Martino cerc le parole adatte prima di rispondergli: Perch... vedete, se dovessero attaccare la citt io mi adopererei per curare chiunque dovesse aver bisogno. Verr sicuramente approntato un lazzeretto ed  l che mi troverete in caso abbisognaste dei miei servigi.
Era una risposta che non avrebbe voluto sentire ma che rinnovava la stima che aveva in quell'uomo, strampalato, vero, ma saggio e onesto.
Trascorsero la serata chiacchierando e dopo aver terminato la cena, Ruggero salut Martino e torn alla dimora dei Pucci per riposare. Sentiva adesso di averne davvero bisogno.

Palazzo del Comune, sala delle udienze segrete.
Notte del 13 aprile dell'anno del Signore 1323.
Alla luce rossastra di una decina di candelabri, un servo vers dell'altro vino nella coppa di rame che Filippo teneva stretta. Questi ne tracann subito il contenuto, porgendola al servo per farla riempire di nuovo.
Siete ubriaco, nipote mio. Non ponete freni alle vostre intemperanze e queste cose danneggiano molto la mia autorit; la rendono vulnerabile al giudizio del popolo lo riprese il vecchio
Ormanno. Sento il dovere di ammonirvi duramente in qualit di abate e di Capitano dello Popolo. Vi avviso dunque... prosegu, puntando il dito verso il nipote smettete di mostrarvi arrogante, per l'amor di Dio, fate cessare le vostre scorribande! Anche la pazienza dei popolani ha un limite. Sappiate, nipote mio, che ho dato gi mandato al mio comandante della guardia di palazzo di mettervi in catene nel caso infrangeste le mie disposizioni. Sono stato chiaro?
Con lo sguardo inchiodato su di lui, dal quale si mostrava manifesta l'ira che provava in quel momento, Filippo si limit a ruttare. Si fece versare dell'altro vino e strinse la coppa con entrambe le mani prima di rispondere: Siete solamente un povero vecchio, il cui carattere sta scemando trascinato dalla senilit. Un vecchio idiota che non si accorge che adesso ogni abitante tra queste mura e nell'intero dominio pistoiese teme la nostra casata pi di ogni altra.  cos che si guadagna il rispetto, caro zio. Sorseggi ancora dalla coppa.
Ormanno scatt dal seggio. Discese la pedana che lo poneva un livello pi alto rispetto a chi conferiva con lui. Si avvicin ringhiandogli sulla faccia: Non vi azzardate a dare lezione di diplomazia e scaltrezza a me verme! Toglietevi dalla mia vista adesso, immorale, malvagio cospiratore subdolo!.
Filippo si alz. Il servo credeva gli stesse porgendo nuovamente la coppa e fece per riempirgliela, ma lui lo schiaffeggi facendolo cadere all'indietro. La brocca si infranse e il vino si sparse sul pavimento.
Facendo per uscire, stizzito e adirato, si volt verso lo zio e mise la mano sul manico del pugnale. Lapo Cancellieri e
Balduccio de' Salani estrassero la spada veloci come fulmini.
Uscite... uscite, sudicio porco. Fatelo ancora in vita, seguite il mio consiglio lo minacci Lapo. State tirando troppo la corda.
Balduccio, invece, si defil apprensivo dietro il comandante della guardia di palazzo. Dai suoi occhi traspariva l'incapacit di agire e l'inconfondibile lampo della paura.
Non finir qua, statene certi replic Filippo prima di lasciare la sala segreta.
Ritrovata la necessaria calma, la discussione prosegu tra
Ormanno, Lapo e Balduccio. L'assedio dell'esercito lucchese era prossimo e c'era da aspettarselo non appena fossero finite le piogge. Bisognava pensare a trafugare il tesoro di san Jacopo, approfittando della situazione di scompiglio che ci avrebbe creato. Una volta messo al sicuro, dovevano pensare solamente a rimanere vivi.
Fu Lapo a dire la sua per primo: Magnifico Capitano dello Popolo, chiedo di occuparmi personalmente dell'azione, poich la sola presenza di vostro nipote Filippo, con le sue intemperanze, ne pregiudicherebbe il buon esito. Si tratta di molto oro, per non parlare della corona che...
Cosa? il vecchio nobile chin il capo guardando storto.
Intendevo... chi la indossa ne trae potere, questo dice la leggenda.
Lui non l'avr mai.
Me lo auguro, signore.
Ormanno si limit ad annuire rassegnato.
A quel punto si intromise Balduccio.  in qualit di comandante dell'esercito che parlo a entrambi. Se non io, chi potrebbe portare a termine il trafugamento? Ho gli uomini necessari e i carri adatti al trasporto, dotati di bestie da soma sane e robuste.
E chi difender le mura durante l'attacco dei lucchesi? lo schern Lapo, lanciando all'anziano uno sguardo di intesa.
No! tuon Ormanno. Il ladrocinio lo compir Lapo con parte dei suoi uomini, mentre Filippo verr impegnato alla difesa dei bastioni, cos che non intralci le operazioni. Mai e poi mai quel degenere dovr entrare in contatto con la corona di Radagaiso, sarebbe una iattura! Cos  deciso concluse, chiedendo del vino al servo. Quest'ultimo ancora tamponava il sangue della ferita al labbro causata dal manrovescio di Filippo.
Balduccio tenne lo sguardo basso e i denti stretti. Nella sua mente si affollarono numerose domande. Si impose di non farsi trattare in quel modo, in fondo lui apparteneva a una nobile casata che, fino a quel momento, si era ricoperta di successi e ricchezze. Inoltre, era alla testa di un esercito che contava quasi mille e cento unit. E se fosse entrato lui in possesso della corona del re Radagaiso? Con essa avrebbe tolto di mezzo ogni avversario e assunto il potere sulla citt. Avrebbe potuto far eliminare gli altri contendenti al tesoro di san Jacopo e tenerselo tutto per s, assieme, ovviamente all'antica corona del re ostrogoto. Tuttavia, ritenendo quest'ultima ipotesi abbastanza improbabile, pens ad altre soluzioni, tra cui quella pi realizzabile di stringere alleanza con Filippo e congiurare alle spalle di Ormanno e del Cancellieri. Immerso nelle sue riflessioni, sul suo volto apparve un ghigno che non sfugg a Ormanno.
Come se avesse letto nel pensiero di Balduccio, il vecchio Capitano del Popolo ridacchi. A quella sberleffa aggiunse: Sapete Balduccio... ero molto amico di vostro padre. Era persona abile negli intrighi e nella politica. Voi di quell'uomo non avete acquisito n l'una n l'altra arte. Siete solamente un incapace sbruffone. Proferendo quelle parole, Ormanno gli si par di fronte. Con la mano gli strinse i testicoli al punto che quello fu costretto a piegarsi per non cedere al dolore.
Ve ne faccio supplica, lasciatemi...
Per quale motivo sorridevate?
Io... non sorridevo, signore.
Ve lo ripeto, razza di verme: perch sorridevate?
Ho solamente avuto brutti pensieri, mandati dal demonio, ma che ho subito scacciato dalla mia mente. I denti stretti dalla sofferenza non trattennero la saliva, che gli col sulla corazza.
Ringhiandogli in volto, Ormanno disse: Non provate a sognare congiure alle mie spalle, poich dovreste sapere che la vendetta, quella pi perfida,  un'arte che abbiamo inventato noi Tedici!.
Balduccio annu senza riuscire a parlare. Solo allora, ottenuto quell'atto di sottomissione, Ormanno lasci la presa e fece per avvicinarsi a un trofeo appeso alla parete.
Questo cervo l'ho ucciso con le mie mani. Quando ho estratto il cuore dal suo torace possente, esso batteva ancora e ha continuato per molto tempo. Era un segno divino, ne sono certo. Un messaggio celeste che mi elevava di rango avvicinandomi ancor di pi a Nostro Signore. Nessuno... si volt, guardando i volti di Lapo e di Balduccio nessuno pensi di andare contro il mio volere, perch cos facendo andrebbe contro anche a quello del Signore.
Lapo, scaltramente, fece qualche passo avanti e si inginocchi. Signore, io servo voi e voi soltanto.
Balduccio, invece, decise di rimanere immobile e di non commentare quelle assurdit. Fu l'unico atto di vero coraggio messo in pratica fino a quel momento.
Uscite adesso ordin Ormanno.
I due lasciarono la sala delle udienze segrete senza proferir parola.

Nievole, accampamento dell'esercito lucchese.
Maggio dell'anno del Signore 1323.
Le piogge finalmente terminarono. Un pallido sole fu l'avanscoperta di un'estate che si preannunciava calda e umida.
Castruccio Castracani si affacci dalla sua tenda, accolto dai suoi generali. Un attendente gli port il destriero da battaglia bordato della stola con gli stemmi della sua casata ghibellina.
Quando fu in groppa, fece avanzare il cavallo lentamente e, a seguire, si incolonnarono gli ufficiali, ognuno seguito dall'araldo della propria casata.
Le truppe stavano smontando l'accampamento e caricavano tutto sull'interminabile colonna di carri. Senza fare un computo accurato, Castruccio ne cont almeno una cinquantina. Gli arcieri infoderavano i loro fasciami tenendo staccate le corde, cos che i legni non perdessero flessibilit. Le prostitute caricavano i pochi averi e si preparavano la colazione, approfittando di un fuoco che erano riuscite finalmente ad accendere utilizzando della rara legna asciutta.
Tre uomini alla gogna stavano in ginocchio nella fanghiglia affondati fino alle cosce. Castruccio chiam a s un ufficiale: Cos'hanno commesso?.
L'altro rispose immediatamente: Il primo ha rubato, gli altri sono disertori che abbiamo riacciuffato nelle campagne nei dintorni di Serravalle.
Pisciate sui disertori e giustiziateli; liberate il ladro. Avr di che rubare a Pistoia dopo che l'avremo espugnata ordin.
Poco dopo le guardie si avvicinarono alle gogne e presero a urinare sui volti degli sciagurati, dopodich, brandendo delle asce, sfondarono i loro crani senza neppure liberarli dalle morse lignee che gli bloccavano mani e testa. Il ladro osserv la scena con sgomento. Quando le guardie si avvicinarono, si defec addosso dalla paura. Credeva fosse arrivata anche la sua ora e rimase attonito quando invece gli venne tolta la berlina. Incredulo, si pul il volto dagli schizzi di sangue e materia cerebrale dei condannati e baci i piedi delle guardie in segno di riconoscenza.
Castruccio assistette all'esecuzione senza mostrare la minima impressione, dopodich lanci il cavallo al trotto,
raggiungendo una collinetta dove si ferm a vedere il suo esercito che muoveva alla volta di Pistoia. Stava per avere luogo un'altra battaglia, la circostanza a lui pi congeniale. Si ripeteva sempre che un uomo d'arme ha bisogno di sole tre cose: del buon vino, una battaglia e, in caso di sopravvivenza, una donna dal ventre caldo.
L'armata si muoveva, serpeggiando nella vallata, gli uomini brulicavano indaffarati, i cavalli venivano allineati dai palafrenieri, carri carichi di merci, cibarie, legna e armi fungevano da coda all'immenso ofide di morte. Le macchine d'assedio venivano trainate da robusti buoi bianchi dalle lunghe corna. Tutto ci appariva agli occhi di Castruccio come un organismo vivente. Era quello il fiato dell'armata lucchese d'animo ghibellino. La sua creatura.
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CAPITOLO 17.
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Pistoia, sala Grande delle udienze del Palazzo del Comune.
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Anno del Signore 1323.
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I signori di ogni casata e i loro comandanti erano riuniti nell'assemblea ordinata dal Capitano del Popolo.
Ciascun nobile aveva un posto alla lunga tavola dai supporti intarsiati a forma di orso. Dietro ognuno vi era un paggio che reggeva l'araldo della casata. Il vescovo sedeva al posto pi vicino al seggio del Capitano del Popolo, segno di vicinanza tra la figura di quest'ultimo e la Chiesa. Ai comandanti, invece, era riservata la lunga seduta lignea che seguiva la parete a est, opposta alle grandi vetrate.
Ormanno de' Tedici sedeva nel suo seggio rialzato, elevato rispetto agli altri presenti. Controllava gli ultimi dispacci dei signori dei feudi vicini e il responso alle richieste di aiuto era il medesimo: tutti rifiutavano di accorrere in sostegno di Pistoia.
Riordin le idee nell'attesa di iniziare il suo discorso. Un istante prima di cominciare a parlare lanci un'occhiataccia di monito al nipote, che si trovava l in rappresentanza dalla casata dei Tedici. Se avesse mostrato sfrontatezza o contraddizioni, come suo solito, gli altri nobili si sarebbero infastiditi. Era meglio che se ne stesse in silenzio.
Il vecchio Pucci, pur sedendo alla tavola per diritto, non era stato accolto con le stesse cordialit degli altri suoi pari. Nonostante l'et e la stanchezza, reggeva lo sguardo severo di Ormanno. Pensare che avevano pi o meno la stessa et e, da giovanissimi, erano stati amici, almeno fino alla scissione tra i guelfi bianchi e guelfi neri, visto che le rispettive casate finirono nelle fazioni opposte.
Filippo lanciava al suo indirizzo frasi di scherno. Tuttavia, non ricevette risposta.
Ruggero, seduto tra i capitani, non perse una sola parola di quel bastardo e sentiva dentro montargli rancore e collera al
solo pensiero delle sue malefatte impunite, a causa dello stato di corruzione in cui versava la citt.
Filippo, non si fece sfuggire l'occasione di pungolare anche lui, e prese a fare dei gesti che imitavano lo sgozzamento minacciandolo. Nonostante ci, il giovane cavaliere Biancoverde rimase impassibile.
Quando il maestro di cerimonie anticip il discorso del Capitano del Popolo, nella sala cal il silenzio. L'attenzione di tutti ora era rivolta a Ormanno, che fece un gran respiro prima di parlare.
Eminenze. Nobili. Ufficiali e rappresentanti dello popolo esord.
Ruggero si domand il significato dell'ultima frase, visto che in riunioni del genere non vi era mai stata neppure l'ombra di un rappresentante del popolo.
Ormanno prosegu: Nessun Comune vicino invier truppe in nostra difesa. La Magnifica Firenze ha deciso di prendere tempo per valutare la nostra richiesta. Il papa da Avignone ha rifiutato, accusandoci dell'omicidio del messo, il vescovo Bertrand da Bourges. Nella sala sal un brusio di sconforto. Come saprete, le nostre staffette hanno riferito che l'esercito lucchese ha tolto le tende e muove verso di noi. Abbiamo un giorno o due prima che si dispongano attorno alle nostre mura. Vi chiedo dunque se non  questo il momento per mettere da parte i rancori e le dispute che, preciso, si sono svolte sempre nel pieno rispetto delle regole cavalleresche.
A sentir quelle ultime parole, Ruggero non trattenne un ringhio. Tra lui e Filippo segu un lungo attimo di sguardi di reciproca sfida.
Adesso, la causa comune  la difesa della nostra citt, delle nostre ricchezze e del nostro amato popolo, che chiede a noi la sua tutela. Ormanno fece una pausa, mentre i nobili annuivano, convinti della profondit di quei concetti. Riprese senza concedere loro di replicare e approfittando dell'atmosfera creatasi: Noi abbiamo il Signore dalla nostra parte, perch lo abbiamo sempre servito e non ci siamo inginocchiati al volere dell'imperatore! Vi chiedo dunque di mettere a disposizione delle anime dello popolo pistoiese le vostre milizie e le armi migliori.
Una nuova esultanza scosse la Sala Grande.
Ruggero e il vecchio Pucci si scambiarono una rapida occhiata di rassegnazione. Entrambi sapevano che, in realt, si trattava di un esercito ridotto alla sciagura, privo di armi decenti e di equipaggiamenti funzionali. Ogni soldato vestiva in maniera differente, senza una livrea comune e un'unica insegna. Inoltre, i militari erano malnutriti e privi di macchine da guerra, fatta eccezione di una catapulta, resa ormai inutile dalle piogge. Senza contare poi il comando assegnato a Balduccio de' Salani, inetto, mellifluo e spaurito. Insomma, il destino della citt pareva ormai segnato. Un sistema marcio che avrebbe permesso ai lucchesi di saccheggiare la citt compiendo gesti nefandi e terribili. Tuttavia ci pareva non interessare nessuno dei presenti.
Fu a quel punto che accadde l'inatteso. Filippo si alz in piedi e interruppe suo zio. Richiese la parola levando la spada al cielo. Proponete una difesa, mio signore? si rivolse a suo zio. A cosa servirebbe se non a patire mesi, forse anni di assedio?
Io invece propongo di respingere l'esercito lucchese mentre si trova in marcia! Affrontiamolo in campo aperto come si conta al nostro valore. Taglieremo loro le teste e le ammasseremo lungo la strada, affinch sia da monito. Saranno i corvi e gli scarafaggi l'epilogo delle loro esistenze.
Nella sala cal il gelo. Nessuno rispose a tale affermazione, mentre Ormanno distorse il volto in una smorfia di ira incontrollabile. Osate darmi del vile, nipote nefando? Osate suggerire alla mia persona la migliore tattica da guerra? Voi che non avete mai partecipato a una battaglia osate contraddirmi in una circostanza come questa? tuon.
Filippo rispose audacemente con un sorrisetto. Mio signore, e non solo! Chiedo di condurre io stesso l'esercito, sono ansioso pi di ognuno di voi presenti di tagliare le gole dei nemici ebbe l'ardire di replicare.
Ormanno si alz in piedi e ordin al nipote di lasciare la sala. Non siete degno di presenziare! url.
Lentamente, con il ghigno sulla faccia, Filippo scans il seggio e fece per alzarsi. Si ferm a met, volgendo lo sguardo allo zio. Siete vecchio e stanco. Dovreste avere l'umilt di cedere il vostro potere a chi ne saprebbe fare buon uso.
Uscite, vi ho detto!
Vi saluto, caro zio. Che Dio vi conservi in salute!
Quella frase risuon nelle orecchie di Ormanno come una precisa minaccia che non lo lasci del tutto indifferente. Le parole erano state scelte per insinuare nei pensieri dei presenti la convinzione che Ormanno fosse vecchio e ormai alla fine dei giorni di vigore.
Dunque era assolutamente necessario non mostrare timori e debolezze. Aveva di fronte l'intera nobilt cittadina e molti di essi, suoi rivali negli affari e nella politica, avrebbero sguazzato nella sua sciagura.
Schiar la gola prima di riprendere a parlare: Vogliate scusare mio nipote e la sua impulsivit. L'ardire di fronteggiare l'intero esercito lucchese gli ha fatto perdere la lucidit che si conf a un nobile. Passando al motivo della vostra convocazione, vi rendo note le mie decisioni in merito. Le milizie della casata dei Cancellieri saranno poste a difesa della Porta Lucchese. Le truppe vescovili verranno impiegate alla Porta di Sant'Andrea. Le milizie dei Tedici verranno poste a difesa della Porta Fiorentina. Le truppe dei Pucci....
A questo punto tutti rimasero in assoluto silenzio. Si era notato che Ormanno aveva omesso di chiamarli Biancoverdi, come erano noti in tutto il territorio pistoiese.
Le truppe dei Pucci, dicevo, verranno poste a difesa della Porta Gaialdatica dispose.
Al contrario di quanto ci si potesse aspettare, nessuno contest quella decisione. Sapevano molto bene che si trattava della porta pi difficile da difendere, ed era proprio l che ci si aspettava che i lucchesi aprissero breccia.
Tuttavia, Ruggero conosceva bene quella parte della citt e gi la sua mente stava studiando come approntare difese efficaci. No, non sarebbe stata quella la porta da cui sarebbero entrati i lucchesi.
Per concludere, Ormanno puntualizz su un'ultima cosa: L'esercito, al comando di Balduccio de' Salani, affiancato dalle milizie della sua casata, verr posto a difesa dell'intera cerchia muraria.
Nel preciso istante in cui pronunciava quelle ultime parole, fece ingresso una staffetta affaticata dalla corsa. Doveva consegnare l'ultimo dispaccio dal punto di avvistamento della torre di levante.
L'espressione di Ormanno de' Tedici fu pi che eloquente. L'avanguardia dell'esercito ghibellino si trovava a ridosso delle mura. L'assedio aveva avuto inizio.
Per le ripe, ormai, era il disordine pi totale. La gente cercava di raccattare quanto pi poteva, per assicurarsi scorte di cibo e acqua ancora buona da bere. I lucchesi avrebbero certamente avvelenato pozzi e fonti.
I vicoli erano affollati e, non di rado, scoppiavano risse e disordini tenuti a bada a stento dalle ronde; i cavalieri li attraversavano in sella ai loro cavalli facendosi strada tra la folla, schiacciando chiunque non riuscisse a spostarsi per tempo.
I soldati erano gi sulle mura e gli arcieri avevano preso posizione. A guardia di ogni porta erano disposte le milizie pistoiesi, ognuna comandata dalla rispettiva casata.
La tensione era altissima e da ogni dove si levavano grida disperate di bambini che perdevano le madri o di persone derubate da sciacalli senza scrupoli.
Filippo rosicchiava una coscia di pollo, seduto sul seggio che i servi gli avevano trasportato fin sotto la porta a lui assegnata, mentre osservava disporsi i propri mercenari. Spolpata a dovere, lanci lontano l'osso e scatt in piedi, aggiustandosi la corazza. Si diresse verso la scala che lo avrebbe condotto ai camminamenti. Da quel punto, avrebbe potuto scorgere l'esercito lucchese durante le manovre di accerchiamento.
Quando fu sopra non trattenne lo stupore, spalancando la bocca. L'espressione spavalda lasci il posto al terrore,
quello che provava nel vedere l'incredibile massa umana che si stava riversando sulla citt. Era infatti consapevole che si trattava solamente dell'avanguardia. Il grosso dell'armata era ancora in marcia.
Ruggero giunse galoppando alla dimora dei Pucci. Le vedette lo scorsero dall'alto delle merlature e urlarono di aprire prontamente la porta borchiata. Attraversandola come un lampo, appena fu nel cortile tir energicamente le briglie, costringendo il destriero a un arresto repentino. Il palafreniere raccolse le briglie e Ruggero smont, avviandosi verso l'armeria.
Comandante, i lucchesi... Bastiano lo aveva subito raggiunto.
Lo so. Non perdiamo tempo, mandate tutti gli uomini disponibili a recuperare quanta pi pece possibile. Fate saccheggiare i magazzini, se  il caso! ordin senza neppure guardarlo, infilandosi nell'armeria.
Bastiano non comprese immediatamente, ma richiam alcuni soldati per dare esecuzione all'ordine, poi raggiunse l'amico, trovandolo intento a visionare lo stato delle armi. Stava passando in rassegna ogni cosa: lance, alabarde, spade e scudi, cotte di maglia e corazze. L'armiere non riusc a celare il suo disagio, sottoposto a un riscontro cos rigido. Quando Ruggero si rivolse a lui si immobilizz, pronto a dar seguito a qualsiasi ordine.
Ingrassa meglio le cotte, non voglio che i soldati siano impacciati nei movimenti e tieni pronte le imbottiture per gli elmi. Le lame vanno affilate di nuovo, e prepara i bracieri; metti da parte della legna asciutta. Cercala nei magazzini, e se i servi dei Pucci ti creano problemi, requisiscila! Ruggero pos la sua mano sulla spalla dell'armiere, che si limit ad annuire. Voglio che vengano eseguiti alla lettera i miei ordini.
Sar fatto, capitano.
Accortosi poi della presenza di Bastiano, aggiunse ancora: Amico mio, della calce e del fieno! Non c' tempo da perdere, vai intim prima di uscire dall'armeria come una saetta.
Radun gli arcieri avvertendoli di tenersi pronti e di recuperare tutte le frecce a loro disposizione, con punta a cuspide e a tesa; ad altri uomini ordin di fare scorte di cibo, ad altri ancora fece recuperare dell'olio e un gran pentolone dove poterlo bollire.
Gli avevano affidato la Porta Gaialdatica? E lui avrebbe sfruttato ogni mezzo per difenderla.
Mentre gli uomini si davano un gran da fare, il vecchio Pucci e la sua scorta fecero rientro. Ruggero si avvicin al carro e aiut l'anziano banchiere a scendere. Lascer un presidio sufficiente alla difesa vostra e della dimora, non temete
lo rasseren.
L'anziano lo guard mostrando di non temere affatto i lucchesi e rispose: Sono vecchio ormai... e si allontan senza altro aggiungere.
Ruggero si ritrov solo, al centro del piazzale. Tutt'intorno c'era un gran da fare, la guerra stava per scoppiare e non c'era tempo da perdere. Nonostante ci, un pensiero prese ad assillarlo. Cos'era accaduto a Isotta? Rimase cos, immobile per qualche istante.
Fece portare il suo destriero e, montando in sella, chiam a s altri soldati a cavallo, una decina in tutto. Uscirono dalla dimora diretti alla Porta Gaialdatica. L giunti, smontarono e si portarono sui camminamenti per le dovute valutazioni.
Stavano arrivando ed erano centinaia. Si iniziavano a sentire i rumori della massa umana che si riversava verso la citt. Scalpiccii di cavalli, muggiti di buoi, urla, clangori e stridii delle ruote delle macchine d'assedio in movimento. Era l'immenso battere del cuore dell'armata del Castracani, seguita da prostitute, famiglie, artigiani, armaioli, fabbri, servi e bestie da traino, da latte e da carne.
Si concesse qualche istante per ragionare, poi si rivolse ai soldati: Credo che non attaccheranno prima di due o tre giorni. Abbiamo ancora del tempo per escogitare qualcosa. Seguitemi!.
Discesero le scale e rimontarono a cavallo. Chiesero alle sole due guardie lasciate a presidio di aprire la porta, ma esse si rifiutarono. A quel punto Ruggero si avvicin e le ammon: le loro teste sarebbero state appese fuori dalle mura.
Fu molto convincente e, dopo poco, lui e i suoi uomini erano fuori, a galoppare verso l'esercito in avvicinamento.
Un drappello lucchese, composto da venti cavalieri in avanscoperta, si ferm. Ai loro occhi non parve vero: un manipolo di soldati fuori le mura, incurante dell'avvicinarsi del nemico.
Ruggero lesse negli occhi dei suoi uomini la tensione della circostanza. State tranquilli. Non ci attaccheranno.
Come mai abbiamo fatto questa uscita, comandante? chiese uno, il pi giovane e spaventato di tutti.
Prendiamo le misure fu la risposta poco esplicativa.
Misure?
Non c' tempo per le spiegazioni, ragazzo. E nemmeno per piagnucolare.
Quando Ruggero scese da cavallo e si volt verso le mura, le sue intenzioni risultarono subito chiare.
I soldati posero dei mucchi di pietre tutti sulla stessa linea, distanti tra loro almeno una ventina di passi. Poi, fecero rientro nelle mura.
In serata Bastiano e il suo gruppo arrivarono alla Porta Gaialdatica. Una giumenta trainava un carro carico di orci. Pece, comandante. Abbiamo saccheggiato due depositi. Senza parlare del tempo che ci abbiamo messo per giungere fino a questa parte della citt, le vie sono intasate dal movimento delle truppe spieg Bastiano.
Il sorriso che si apr sul volto dell'amico gli fece capire che non c'era alcun bisogno di giustificazioni.
Mangiate qualcosa... disse, indicando con la mano un braciere su cui veniva arrostita la carne. Quando sarete rifocillati, accantoneremo gli orci sotto un riparo e li terremo pronti all'utilizzo. Diede dei morsi alla focaccia di farro e al formaggio prima di chiedere: La calce?.
Quei due sacchi indic Bastiano.
Bene. Stanotte andremo a spargerla disse Ruggero continuando a mangiare.
Stanotte? Con i lucchesi fuori, pronti ad azzannarci? replic l'altro.
Non attaccheranno. Credimi, non attaccheranno.
Come fai a dire questo? Bastiano si fece curioso.
Aspetteranno di ridurci allo stremo delle forze. Quando saremo stremati dagli stenti della fame, allora sferreranno il loro attacco. Fino ad allora, si limiteranno a scaramucce e attacchi, per sfinirci e per abbassare il morale fu la risposta che Bastiano non avrebbe mai voluto sentire.
A notte fonda Ruggero e Bastiano uscirono dalla porta. Portarono con s tutti gli arcieri perch si rendessero conto del motivo di quella sortita cos azzardata. Il carro che trasportava i sacchi della calce era aggravato di altro peso: acqua e pale. Giunti sulla linea in cui Ruggero aveva fatto ammucchiare delle pietre in tante piccole piramidi, finalmente il comandante si spieg: Ecco... disse. Riversiamo la calce sulle pietre.
Cos iniziarono i lavori. La calce venne bagnata, creando un amalgama, e con esso vennero dipinte le pietre rendendole in tal modo visibili anche in ore notturne.
Gli arcieri compresero al volo. Con i pollici presero a misurare le distanze tra le mura e i mucchi di pietre. La distanza era quella della gittata delle loro frecce.
Torniamo dentro dispose Ruggero al termine delle operazioni.
Comandante... un arciere diede l'allarme. Guardate laggi! indic verso l'accampamento dei lucchesi. C'era un drappello che li stava osservando.
Non temete. Non si avvicineranno neppure, per non rischiare di venire raggiunti dalle frecce li rassicur Ruggero.
Adesso per, torniamo dentro. Da domani cominceremo a presidiare la porta.
L'indomani le mura pistoiesi erano presidiate. Ma contrariamente a quanto ci si aspettasse, l'esercito avversario non mosse foglia. I lucchesi si limitarono a disporre le loro macchine d'assedio e i reparti. Gli attendamenti si perdevano a vista d'occhio, decine di vessilli sventolavano sulle cime delle tende.
Cos trascorsero i giorni seguenti fino al dodicesimo. Accadde infatti che Castracani invi una delegazione che venne ricevuta dal Capitano del Popolo. Il messaggio che portarono era una richiesta di resa incondizionata; in cambio il Castracani avrebbe permesso ai soldati di preservare le loro vite e avrebbe impedito le violenze sulle donne.
Ormanno de' Tedici rifiut l'offerta e gli ambasciatori minacciarono torture, uccisioni e violenze; dopodich lasciarono la citt seguiti dai vessilli della nobilt lucchese e delle casate alleate di orientamento ghibellino.
Altri due tentativi furono affidati alla diplomazia, con esito negativo.
Comunque non fu sferrato nessun attacco nei mesi successivi e trascorse un'estate relativamente tranquilla, nonostante l'armata lucchese disposta tutt'intorno alle mura.
All'inizio dell'autunno le risorse di cibo iniziarono a scarseggiare: non era possibile nessun commercio n traffico, tuttavia la citt aveva ancora a disposizione animali da macello e acqua grazie ai suoi tre pozzi.
Il morale del popolo, per, non era sereno: i lucchesi avevano iniziato a minare gli animi. Dai mangani vennero lanciate all'interno delle mura carcasse di animali in stato di putrefazione. L'olezzo e i germi avrebbero fatto il resto. I soldati pistoiesi le bruciavano oppure le rigettavano fuori. Tuttavia si manifestarono presto casi di dissenteria e i primi cadaveri venivano ributtati oltre le mura per non alimentare epidemie.
Dall'alto della collina, il Castracani godeva di tali scene e si compiaceva della propria strategia.
Creperanno di fame e di pestilenze. Si uccideranno tra loro per un tozzo di pane. E quando non ne potranno pi, allora attaccheremo disse altero con le mani sui fianchi.
L'attendente guard le nuvole basse. Mio signore, tra poco per inizieranno le piogge, che da queste parti sono abbondanti. Avremo difficolt a spostare le macchine nello schieramento dei contingenti e...
Tutto  stato predisposto a tempo debito. Non vi  alcuna necessit di spostare le macchine d'assedio e le piogge faranno al caso nostro. A forza di svuotarsi le budella, quella citt diverr un ammasso di merda e cadaveri. Tutto  deciso spieg.
Un alto ufficiale si present al suo cospetto. Chiedo di conferire. C' del malcontento tra gli uomini.
Castruccio chin il capo sulla spalla. Cosa intendete dire?
L'impaccio dell'ufficiale era evidente. Vogliono combattere e far bottino, chiedono a gran voce di poter incrociare le lame con il nemico. I nervi del volto tradirono un certo nervosismo.
Vogliono combattere, dite?
S, comandante.
Dite loro che combatteranno, ma quando riterr essere il momento adatto. Ogni altra forma di... malcontento, mi preoccuper personalmente di sedarla. Riferite questo ai vostri uomini.
L'ufficiale si limit ad annuire.
Ma al Castracani, evidentemente, non bast. Un'altra sola voce su eventuali malcontenti e staccher con queste mani i vostri testicoli e ve li far mangiare. Avete inteso?
S, signore! fu la risposta.

Porta Gaialdatica.
Notte del 22 novembre dell'anno del Signore 1323.
Pioveva. Ruggero e Bastiano stavano sui camminamenti a dare conforto alle sentinelle.
Che ne pensate? chiese Ruggero.
Questa attesa  peggio di una battaglia.  soprattutto il morale degli uomini a preoccuparmi. Stanno perdendo il mordente e non ricevono paga da tre mesi. Anche loro hanno famiglie a cui pensare fu l'opinione di Bastiano. E voi invece a cosa state pensando? domand di rilancio.
Cessate le piogge, attaccheranno.
La campana del duomo rintocc tre volte.
Tra qualche ora albegger disse Ruggero giusto per deviare il discorso.
Che giorno sar?
Uno di tanti, temo.
Da bambino giocavo spesso su quella collina, la stessa da dove oggi ci osservano le vedette nemiche prese a raccontare Bastiano.
Magari immaginavate epiche battaglie.
Niente affatto. Io sognavo di fare il fornaio.
Come?
Proprio cos.
Allora, visto l'argomento, vi svelo che anche io sognavo di diventare tutt'altro rivel Ruggero.
E cosa, sentiamo.
Prete.
Be', ci siete andato vicino entrando nell'ordine degli Ospitalieri.
Pi o meno...
Risero.
...
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...
CAPITOLO 18.
...
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...
Pistoia. 17 Febbraio dell'anno del Signore 1324.
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L'inverno si dimostr particolarmente rigido e piovoso. La citt era quasi allo stremo delle forze.
Epidemie di dissenteria erano scoppiate in ogni contrada e molte erano state le vittime. Le ripe erano ridotte a pantani, poltiglie maleodoranti di fango ed escrementi.
Un pomeriggio piovoso e rigido, accadde che Filippo e i suoi fecero ingresso nella chiesa di Sant'Andrea, dove il diacono aveva in custodia delle riserve di farina, farro, fagioli e frutta appassita. Inoltre, vi erano ancora delle botti di birra. Mentre il diacono veniva picchiato a sangue, altri portavano via i sacchi e le botti.
Durante il saccheggio Filippo si inginocchi dinnanzi al diacono che si contorceva sanguinante e sofferente e gli afferr i capelli alzandogli il volto. Il poveretto toss, imbrattando il pavimento di sangue e muco.
Andr tutto a beneficio degli eroi che difenderanno la citt gli disse.
Nel pomeriggio il vescovo Ildebrando chiese udienza al Capitano del Popolo. Un servo cerc di avvicinarsi, sorreggendo un cuscino di velluto su cui l'autorit ecclesiastica avrebbe dovuto posare il copricapo tondo.
Ormanno discese dal seggio e fece per chinarsi per baciargli l'anello, ma Ildebrando trasse la mano e inizi a protestare furiosamente: Vostro nipote... ringhi ha saccheggiato i depositi della chiesa e malmenato il povero diacono, colpevole solamente di aver opposto rifiuto alle sue assurde richieste. Erano scorte che sarebbero servite al momento dell'attacco dei lucchesi, per sfamare centinaia di cittadini!
Non dite idiozie! replic il vecchio Tedici. Erano scorte di cui avreste usufruito voi e i vostri leccapiedi, cortigiani, eunuchi e concubine. Non osate... lo minacci con voce tremante dalla rabbia, puntandogli l'indice della mano guantata non osate presentarvi al mio cospetto con cotanta tracotanza...
Fu il lampo di alterigia che balen negli occhi del vescovo che indusse Ormanno a pi miti pensieri.
Ildebrando, adesso, sogghignava e lo fissava con scherno. Dar ordine alle mie truppe di ritirarsi. Lasceremo la porta sguarnita e a voi verranno a mancare duecentocinquanta soldati e un centinaio di arcieri. Milizie che avrei gran piacere a impiegare per la difesa del palazzo vescovile e della cattedrale. Inoltre affond ancora di pi con l'intimidazione invier personalmente un messo ad Avignone per assicurarmi che il pontefice riceva notizia delle malefatte della vostra casata e della copertura di cui schermate le... monellerie di vostro nipote.
Ormanno sent tremargli le gambe. Certo, il papa non era intervenuto in difesa della citt dopo l'assassinio del suo messo, nemmeno un soldato era stato inviato da Avignone; tuttavia, non aveva revocato l'appoggio della Chiesa alla sua nomina a Capitano del Popolo, per via dell'inclinazione guelfa della casata. Ora per, a causa delle intemperanze di Filippo, la gi precaria situazione della casata e della citt intera andava aggra' vandosi. L'unica cosa che rimaneva da fare era punire in modo esemplare Filippo, risanando cos la tensione diplomatica creatasi a causa sua.
Vostra grazia si chin nuovamente per baciare l'anello e questa volta la mano guantata del vescovo era tesa ad attenderlo quell'abominio di mio nipote avr la dovuta punizione per le deplorevoli sue azioni. Io stesso avr cura di ristabilire le scorte del magazzino della chiesa di Sant'Andrea. Avrete riprova delle mie buone intenzioni, vi do la mia parola.
L'espressione di Ildebrando si fece trionfante.
Ormanno sent il sangue alle tempie. A causa di quel bastardo, adesso era costretto a genuflettersi al vescovo come una giumenta. Filippo avrebbe avuto ci che meritava.
Ildebrando lasci la sala con aria austera seguito dallo sguardo rancoroso di Ormanno, che imprecava e stringeva i pugni con acrimonia.
Quando, dalla finestra suddivisa a quadri, vide la carrozza del vescovo lasciare il palazzo, url a gran voce al cerimoniere di inviare un messaggero a chiamare il comandante della guardia Lapo Cancellieri.
Trascorse pi di un'ora prima del suo arrivo.
Mio signore, l'impegno alla porta assorbe tutto il mio tempo. Perdonate il mio ritardo esord risoluto il Cancellieri, che indossava la corazza e teneva sotto braccio un elmo gran bacinetto.
Il Capitano del Popolo spieg quanto era accaduto e, quando ebbe concluso, rese note le sue decisioni.
Che venga messo in catene e trascinato nelle segrete di palazzo. Il tribunale decider la giusta punizione. Tale trattamento gli  riservato in quanto di nobile stirpe. Gli altri vengano tratti in arresto e immediatamente impiccati nella piazza. Considerate queste mie parole come un ordine, comandante.
Mio signore, ma  vostro nipote e...
Non ammetto repliche; o forse manifestate ora, qui, il desiderio di condividerne la sorte?
Come comandate, signore disse Lapo rispondendo all'ordine.
Un'ultima cosa... Ormanno gli fece segno di avvicinarsi e concluse parlandogli sommessamente all'orecchio. Lapo Cancellieri annu e usc dalla sala dopo il saluto marziale.
Fuori lo attendeva un drappello di cavalieri.
Andiamo a mettere in catene Filippo de' Tedici disse loro prima di spronare il destriero.

Palazzo vescovile. 20 febbraio dell'anno del Signore 1324
Lo sguardo di Isadora era rivolto a un affresco che ritraeva scene di caccia al cervo. L'opera riempiva tutta la parete, interrotta solamente da una bifora sconveniente. La ragazza era costretta a reggersi con le mani alla madia, mentre sentiva i grugniti del balordo che ansimava vicino al suo orecchio. Le dita dell'uomo si alternavano al suo membro, violandole l'intimo con veemenza. Era da qualche tempo che sua grazia, il vescovo Ildebrando, la preferiva alle altre.
Clorinda era stata chiara, suggerendole di favorirlo in ogni sua richiesta, tenendo sempre presente di chi si trattasse. Da qualche mese era sempre la stessa storia. Di sera passava in vico delle Tombe un uomo dal volto celato da una maschera. Pagava anticipatamente Clorinda e la prelevava, conducendola al palazzo vescovile e introducendola da una porticina segreta. Sua grazia il vescovo era un tipo gradevole alla conversazione, ma quando la portava con s nel suo letto, allora mutava completamente, anche nell'aspetto. Diveniva prossimo a una bestia, grugniva e sudava. Le diceva che quella era la volont del Signore e che neppure lui, l'Altissimo, era insensibile al fascino di una cos bella creatura. Era cos che la faceva sentire: una splendida creatura frutto del volere celeste.
Lei sapeva che non era vero, Dio non badava a certe cose. Si trattava puramente dei vizi di un uomo che, seppur designato da una carica ecclesiastica, era pur sempre un uomo. Nonostante ci, era determinata a compiacerlo in ogni sua voglia, poich, se fosse stata brava e scaltra, magari sarebbe divenuta la preferita, procurandosi cos una vita agiata nella corte del palazzo.
Lo sguardo di Isadora divenne avveduto e, nello stesso tempo, accattivante.
Gli prese la mano e la pass sulla coscia, voltandosi. Poi la infil tra l'inguine, sentendo le dita di lui che le irrompevano nell'intimo con impeto. Lentamente, passo dopo passo, lo trascin sull'enorme letto, ai cui angoli si ergevano colonne marmoree intarsiate con motivi floreali a spirale.
Si distese allargando le gambe, mostrando i suoi favori all'uomo ormai privo di ogni controllo.
Mio signore... non vedevo l'ora che il vostro messo venisse a prendermi stasera... sussurr con voce calda, sensuale.
Ildebrando lasci cadere il volto sul suo collo, sopraffatto dall'ardore di possederla.
Era la voce di lei che gli sussurrava parole vicino all'orecchio, eppure non ne comprendeva il senso, avvolto da fremiti e soggiogato dall'impazienza di possederla. La lingua di lei si insinu dietro il lobo, scivolando poi nella cavit auricolare, dolcemente.
Ogni resistenza si sgretol. Isadora trascin la mano fino al ventre, facendogli percepire al tatto la peluria e l'appetito umido. Con l'altra mano gli raccolse il membro e prese a muoverla in modo sapiente.
Ildebrando era gi fuori di s. Privo di ogni controllo, la baci. L'altra mano prese a toccarle il seno, stringendo lievemente.
Isadora afferr i fianchi di lui e l'avvicin a s, sospirando all'orecchio frasi insolenti.
Il vescovo, adesso, scacci le brache come se fossero divenute incandescenti. Si compiacque dell'umido di quel ventre ospitale e la penetr. Dapprima lentamente, molto lentamente, scandendo un ritmo di attesa, come se indugiasse al piacere.
Lei gemette e inarc il busto, facendolo eccitare ancora di pi. Nei suoi occhi pass un lampo di consapevolezza.
Rifallo... sussurr ansimando lei.
Affond nuovamente, pi deciso ora.
Lei gemette di nuovo, sfacciatamente: Ancora disse, chiudendo gli occhi.
E lui, dimentico dei voti spinse ancora, ma stavolta con pi forza e sempre pi speditamente, fino a quando la movenza divenne costante e con foga, alla ricerca del piacere che solo la carne sa concedere.
Isadora gett all'indietro la testa scoprendo un collo profumato e invitante. Ildebrando ne approfitt e prese a baciarlo e leccarlo.
Possedetemi mio signore... possedetemi ancora supplic lei con tono di voce lagnante.
L'altro non rispose, soggiogato com'era dai propri sensi, scatenati dall'invitante Isadora. Ebbe un sussulto quando fu lei, all'improvviso, a fermarlo, allontanandolo dal suo corpo.
Cosa succede, mia cara? domand Ildebrando madido di sudore e con i capelli scompaginati. Non le fu necessario spiegare. Fissandolo con desiderio si volt mostrando natiche invitanti, poi abbass il capo, coprendo la sua visuale coi lunghi capelli.
Quel modo di muoversi ebbe un effetto dirompente, al punto tale da rinvigorire l'alto prelato, che emise una specie di grugnito.
Le afferr i fianchi e la prese con vigore, tanto che lei emise un piccolo grido di piacere.
Il ritmo accrebbe. Isadora poggi la fronte al cuscino, mordendosi le labbra e gemendo ancora. Ildebrando cacci la propria virilit un istante prima di venire. Poi si abbatt al fianco della ragazza, respirando con affanno. Dalla posizione in cui era, vedeva le forme incantevoli di lei.
Lei si pass le dita sulle labbra, concedendosi un ultimo strascico di piacere prima di coprirsi con il lenzuolo.
Non voglio mettere al mondo un altro bastardo disse Ildebrando ancora ansimante.
 questo che pensate di me, mio signore? Che voglia incatenarvi a me dando alla luce un figlio vostro? Dunque vi ostinate a non capire che nella mia mente non ci siete altro che voi. Voi e nessun altro. Non merito certe insinuazioni perch io... si interruppe lei, fingendo dispiacere e velando gli occhi di lacrime.
Ildebrando si mise seduto e le accarezz i capelli. Voi cosa? la indusse a continuare.
Lo sguardo di Isadora punt un angolo in basso. Io v'amo. Lo so... gli raccolse entrambe le mani so bene di essere una prostituta, di guadagnarmi da vivere vendendo il mio corpo, ma
lo sono diventata dopo che Filippo e i suoi sgherri hanno messo a ferro e fuoco la bottega di mio padre, riducendo tutti noi alla fame. Inoltre, mio perfettissimo signore singhiozz incontrandoci cos spesso e in tal modo, io sento il mio cuore balzare fuori dal petto al solo sentirvi parlare. Il vostro ardire e il vostro carisma rendono il mio animo soggiogato al vostro volere, ma Dio mi scampi dall'idea di farvi mettere al mondo un figlio al fine di acquisirne i diritti. No... mai e poi mai capiter una cosa che insozzi in tal modo i miei sentimenti nei vostri riguardi cos puri e... scoppi in lacrime, sorprendendo se stessa per come stesse portando avanti quella messinscena.
Le mani del vescovo stavano per carezzarle i capelli, ma presero a lisciare la pelle di quel corpo cos bello.
Su... adesso non comportatevi cos. Sapete, credo anch'io di non essere del tutto indifferente al vostro incanto piccola mia, ma capirete che le circostanze al momento non permettono nient'altro di pi di ci che sta accadendo. Ma sapr essere comprensivo con voi e perci vi faccio una promessa.
Il volto di Isadora si alz fino a volgersi verso quello dell'uomo, pronta a sentire ci che stava per dirle.
Rimarrete a palazzo. Metter a tacere le proteste di Clorinda con qualche moneta d'oro che, vedrete, non rifiuter. Attese qualche istante, permettendo alla ragazza di realizzare quanto le stesse prospettando, prima di aggiungere: Siate felice, mia dolce Isadora. Scalderete il mio letto e soddisferete ogni mio desiderio e, in cambio, vivrete agi fino a ora inimmaginabili.
Isadora salt sul letto. Port i pugni stretti al viso esprimendo la gioia incontenibile che tale notzia aveva suscitato in lei. Continuava a saltare e a ringraziarlo rivolgendogli parole d'amore e di riconoscenza.
Tuttavia le bast poco per comprendere che l'espressione di Ildebrando non era certo quella di chi richiedeva affetto o riconoscenza. Dunque, smise di lanciarsi in aria. Si rannicchi sul letto all'altezza della vita dell'altro. Raccolse il suo membro con entrambe le mani e avvicin la bocca.
Ildebrando inspir quanta pi aria pot prima di abbandonarsi all'eccitazione.
Bussarono.
Non ora, sant'iddio! url il vescovo.
Ma il cerimoniere era gi entrato, seguito da un servo che reggeva un vassoio d'argento coperto da un telo di lino sul quale era posta una lettera.
Vostra grazia... credo che questa faccenda non possa aspettare esord Lotario indicando il vassoio. Aveva abbastanza esperienza della propria funzione da sapere quando fosse il momento di insistere.
Ildebrando lo fulmin con un'occhiataccia. Ti far staccare la lingua con una tenaglia rovente se cos non sar minacci. Poi, con entrambe le mani, invit Isadora a rialzarsi, dopodich, con le brache ancora calate, si avvicin al vassoio. Alz il velo di lino e il terribile lezzo gli scaten un conato di vomito che trattenne a stento.
Isadora trattenne un urlo, portandosi le mani alla bocca.
Il vassoio era pieno di testicoli putrescenti.
Chi? Chi ha potuto fare una cosa del genere? chiese, ancora incredulo dello spettacolo.
 il sigillo del Capitano del Popolo, mio signore. Lo sguardo del cerimoniere indicava il sigillo in ceralacca apposto a chiusura della lettera.
Le mani del vescovo la raccolsero e l'aprirono, spaccando a met la lacca. Gli occhi presero a scorrere le parole impressevi.
I ... fatta eccezione di mio nipote Filippo, che come sapete essendo di stirpe nobile non pu venire n evirato e n impiccato, i miei sicari hanno tratto in arresto i responsabili del saccheggio in Sant'Andrea, i cui testicoli vi porgo in dono come ammenda a nome della mia rispettabile casata. I corpi dei rispettivi padroni pencolano dai cappi nella piazza dello domo. Con asservimento spero che la vicenda venga considerata chiusa e che il pontefice non venga informato dell'increscioso episodio che l'ha scatenata. Firmato Il Capitano dello Popolo Pistoriense Ormanno de' Tedici, Abate di Badia a Pacciana.
Richiudendo la lettera, Ildebrando avvert una cattiva sensazione. Un sinistro presagio, come se dietro a quella subordinazione si celasse una minaccia che sarebbe potuta diventare concreta all'occorrenza.
Santo cielo... Con chi ho a che fare? sussurr.
...
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CAPITOLO 19.
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L'inconfondibile cigolio dell'enorme portone fece voltare Ormanno, piegato su uno scrittoio e intento a studiare diverse missive.
Lo stupore nel vedere suo nipote libero di circolare senza catene lo sconfort. Lapo Cancellieri avrebbe pagato caro tale manchevolezza, pens.
Con gli occhi dello zio che sprizzavano fiamme puntati su di lui, Filippo si limit a sbuffare. Subito dopo apr un ghigno sul suo volto e con espressione trionfante sibil: Per quale motivo fate quella faccia? Ma come zio... le vostre spie non vi hanno avvertito? Basta catene, basta umida e putrida cella. Era ora che uscissi a prendere una boccata d'aria, nell'orifizio della terra in cui mi avevate fatto rinchiudere non facevo altro che respirare i miei stessi escrementi e... credetemi caro zio, non  affatto gradevole. Sghignazz, rendendosi ancora pi irritante.
Ormanno si irrigid sul seggio. Cosa vorreste dire? domand con l'ira che gli montava dentro.
La replica di Filippo non si fece attendere: Quest'oggi  stato nominato un nuovo comandante della guardia di palazzo!. Si vers del vino in una coppa ornata di gemme. La osserv, scoprendo che si trattava della coppa personale di suo zio e ne ammir le fattezze.
Solamente io posso nominare il comandante della guardia di palazzo. State mentendo, razza di verme ringhi di rimando.
Le mani di Filippo batterono due volte. Pancrazio? Puoi entrare...
La porta si apr nuovamente e fece ingresso Pancrazio con una cesta in vimini coperta da un quadrato di telo. Lo poggi ai piedi del Capitano del Popolo e si allontan camminando
all'indietro, facendo seguire un inchino ironico.
La fronte di Ormanno si imperl di sudore. Cosa diavolo sta accadendo? Esigo delle spiegazioni avete capito bene? Badate nipote che se solamente state cercando di fare ci che io sospetto, ve ne far pentire amaramente. Adesso la voce gli tremava leggermente.
Prego signore, verificate voi stesso rispose il nipote con sottile dileggio.
L'anziano si alz con le gambe che adesso parevano di giunco. Avanz e si chin a raccogliere la cesta. Con un movimento lento scost il telo e sbirci all'interno. Appena si rese conto di cosa conteneva, la lasci cadere. Questa rotol di qualche metro, facendo fuoriuscire la testa mozza di Lapo Cancellieri.
Il vecchio Ormanno fece qualche passo indietro, sconvolto. Si port le mani al volto smorzando un grido. Fiss la testa del suo comandante con impressione: gli occhi erano aperti e le pupille rivolte all'ins. Dalla bocca socchiusa colava del liquido rossastro e mucoso, la pelle era livida e macilenta.
Che vi  saltato in mente, nipote degenere? Razza di impostore, traditore! Vi far squartare per questo, comprendete le mie parole? Vi far squartare! Sparger io stesso le vostre budella agli angoli delle mura! Ormanno era fuori di s e continuava a insultare il nipote. Guardie! Guardie, accorrete! cerc di richiamare le guardie, ma l'unica persona che fece ingresso nella sala delle udienze segrete fu Genserico, la spia al soldo di
Filippo, che celava il proprio volto dietro una maschera per non svelarsi ai servi di palazzo.
Quando Pancrazio e Genserico fecero per avvicinarsi a lui, Ormanno si mise a urlare: No! Ma che fate... io sono il Capitano dello Popolo... tuon. Verrete impiccati per ci che avete intenzione di fare, balordi figli di una cagna rognosa. Guardie! Guardie!
Accortosi che ogni richiamo risultava vano, il vecchio si rassegn al proprio destino. Pos lo sguardo sul nipote, che sorseggiava dell'altro vino dalla sua coppa. Con fare austero ferm i due tagliagole. No. Non uccidetelo... per adesso intendo. Portatelo via e rinchiudetelo nelle segrete della dimora di Badia a Pacciana. L trascorrer il resto dei suoi miseri giorni, dormendo sulla propria merda e in mezzo al puzzo dell'urina.
Mentre Ormanno protestava, Filippo estrasse fulmineo il pugnale e lo piant nel petto del servo di sala, che cadde in ginocchio. Ma la furia del suo aggressore non si era ancora conclusa. Mentre il malcapitato agonizzava, estrasse la lama e con essa gli cav entrambi gli occhi, incurante delle urla di strazio.
Con le mani e gli abiti imbrattati di sangue, scoppi a ridere. Non volevo testimoni in grado di raccontare, vedete... si rivolse a Ormanno con lo sguardo alienato. Da questo momento siete deposto, caro zietto. Terr per me il tesoro di santo Jacopo e la corona del re Radagaiso l'ostrogoto. Con essa non avr rivali, nessuno sar pi potente di me in tutta la cristianit.
Sei pazzo, sei completamente impazzito, razza di bastardo borbott Ormanno, che pareva invecchiato ancor di pi. I capelli grigi uscivano dalla cuffia in modo disordinato.
Filippo lecc la lama del pugnale ancora imbrattata del sangue del servo prima di riporla nel fodero. Portatelo via. Approfittiamo dell'oscurit cosicch nessuno lo riconosca. Se dovesse gridare o richiedere soccorso, tagliategli la lingua. Ah. - quasi dimenticavo una cosa importante. Quando arriverete a Badia a Pacciana... eviratelo! Voglio lanciare io stesso il suo pisello floscio in pasto ai lupi dispose.
Nooo! Lasciatemi andare, ve ne faccio supplica... Filippo, avete forse perso il senno? Per carit cristiana Filippo, non fatemi questo, sono pur sempre vostro zio... Filippo... lo implor.
Tuttavia le suppliche vennero ignorate e anzi, il rampollo dei Tedici prov a sedersi sul seggio alto riservato al Capitano del Popolo.
Pancrazio e Genserico afferrarono il deposto Ormanno e lo trascinarono fuori dalla piccola sala delle udienze. Una guardia apr la posterla posteriore, che affacciava sul vico del Malconsiglio, e ne usc un carretto con la gabbia, trainato da due cavalli. L rinchiuso vi era Ormanno, con la bocca serrata da un lembo di velluto e le mani strette dalle catene. Lo avrebbero scortato fino alla prigione.
Al tocco del giorno seguente, la Sala Grande era gremita di nobili e prelati. Sedevano nelle prime file, su seggi lignei tutti allo stesso livello, a significare che tutti erano uguali dinnanzi al Capitano del Popolo. Lungo le pareti laterali erano posti i seggi intarsiati e decorati dove
sedevano i rappresentanti delle corporazioni; lungo la parete
posteriore sostavano gli araldi, al centro gli artigiani, i mastri e i popolani, tutti coloro che avessero voluto assistere alle udienze pubbliche.
Ruggero se ne stava tra questi, molto pi numerosi rispetto alle altre categorie, celando il proprio volto col cappuccio. Teneva d'occhio Agostino de' Pucci, che sedeva per diritto in prima fila, tra le casate nobili. Nonostante fosse in grave pericolo, il vecchio aveva voluto presenziare alla seduta per dimostrare al popolo tutto, ma soprattutto ai rivali, che la sua casata era ancora in grado di reagire.
Questa volta, sul seggio pi alto al centro della sala e a fronte dei partecipanti, era seduto Filippo, che indossava un sontuoso usbergo imbottito, con al centro lo stemma della sua casata. Al suo fianco vi era il suo falconiere, che reggeva un rapace con la testa coperta da un cappuccio di cuoio. Presenza affatto causale, bens ostentante la potenza della casata, il cui stemma raffigurava proprio un falco in campo giallo e rosso.
Il brusio di stupore nel vederlo assiso sullo scanno al posto di suo zio era una conseguenza che Filippo si aspettava. Tuttavia, la prudenza non era mai troppa e durante la notte aveva inviato Pancrazio a bussare alle dimore delle casate nobili elargendo ricchezze e promesse, stringendo alleanze e, l dove serviva, minacciando in modo convincente. Insomma, aveva fatto in modo che nessuno si azzardasse a obiettare.
La presenza ingombrante del vescovo, tuttavia, lo infastidiva ed evit di incrociare lo sguardo con lui. Quella era una faccenda che andava comunque risolta quanto prima. L'alleanza con la Chiesa era di fondamentale importanza.
Quando alz la mano, nella sala cal il silenzio.
Eminenze. Signori. Nobili. Rappresentanze e gente dello popolo inizi il discorso in modo attento, cos che nessuno criticasse la forma; inoltre, aver cominciato porgendo omaggio a sua grazia il vescovo era un segnale di apertura nei suoi confronti. Questa notte il nobile Ormanno, della mia blasonata casata, ha avuto una visione. San Sigeberto gli ha parlato e lo ha indotto a una lunga riflessione per preparare la sua anima a ci che rimarr dei suoi giorni. Mio zio, l'abate e magnifico Capitano dello Popolo, si  inginocchiato al cospetto di tanta lucentezza e ha rinunciato al seggio e alla carica che rivestiva. E stata sua intenzione cedere tali mansioni alla mia persona, ritenendomi l'unico adatto per rettitudine e determinazione.
Un tizio seduto negli scanni aderenti alla parete della grande sala scatt in piedi: Voi parlate di rettitudine?! Voi, responsabile di atrocit e portatore di sciagura? Piuttosto, quella a cui stiamo assistendo altro non  che una congiura! Tradimento...
io grido al tradimento! Costui  un usurpatore, che sa bene che la carica di Capitano del Popolo si ottiene per suffragio del popolo e non per rinuncia di chi riveste tale ruolo! Quell'uomo va impiccato per tradimento e questa  l'ultima delle sue malefatte.
Pancrazio fendette la folla fino ad arrivare vicino all'uomo che urlava. Lo osserv bene, scoprendo che si trattava di un mastro farmacista. Protestava animatamente anche con coloro che gli sedevano vicino e le sue argomentazioni parevano riscuotere sempre maggior consenso.
Lanci dunque un'occhiata verso Filippo, che di rimando fece un impercettibile segno di diniego con il mento, dandogli a intendere che avrebbe provveduto lui a risolvere la cosa.
Signori... io vi chiedo disse con tutta la voce che poteva. L'aver ricevuto tali consigli da san Sigeberto non conta nulla? Sareste cos miscredenti da non volervi chinare al volere del celeste, cos come tutti noi del resto? Filippo scambi un'occhiataccia al vescovo.
Nella sala si lev un brusio.
Filippo fece un altro segnale a Pancrazio, che comprese che era giunto il momento di agire. Riuscendo a fatica a raggiungere il seggio del vescovo, si avvicin e gli parl all'orecchio.
Si dice in giro che abbiate una nuova puttana nel vostro letto. Vostra grazia, il mio signore mi manda a offrirvi due opportunit: la prima  che si venga a sapere in quale pio modo conducete la vostra esistenza casta e dedicata al Signore; l'altra  che troverete le mammelle sanguinolente della vostra puttana appese al portone della vostra dimora entro dopodomani. Tuttavia, si d il caso che il mio signore sia un uomo magnanimo e timorato a tal punto che darebbe alla vostra sacra persona l'opportunit di poter scegliere un'ulteriore convenienza...
Conclusa la sua missione, Pancrazio si ritir, sparendo tra la folla.
Ildebrando raggel. Quella era gente che non scherzava quando prospettava certe cose. Aveva ancora ben in mente in quale modo Ormanno avesse posto termine alla diatriba tra i Tedici e il vescovado e sicuramente Filippo avrebbe trovato vendetta in un modo o nell'altro se lui non avesse dato ascolto ai consigli del suo tagliagole.
Senza indugiare oltre si alz, agitando le mani per zittire l'intera sala. Voltandosi di qua e di l indusse alla soggezione i presenti. Ottenuta l'attenzione desiderata, prese a dire: Blasfemia! Questa  pura blasfemia. San Sigeberto sarebbe un millantatore dunque? L'ira del Signore si abbatter su ognuno di voi se continuate a negare che egli, dall'alto del suo Regno, vi abbia mandato un chiaro segnale in questi tempi di incertezze. Cosa speravate? La spartizione delle acque forse? No... a tutti voi io dico: abbiate timore dei messaggi celesti. Abbiate timore se tenete alle vostre anime! Ildebrando concluse l'accorato discorso segnando una croce in aria.
Nessun brusio si lev al termine dell'improvvisato sermone. A nessuno piaceva l'idea di contrastare il potere divino, anche se alla storia della visione non parevano crederci in molti. Filippo si compiacque del risultato e si lisci il pizzo appuntito.
Ma la soddisfazione dur poco. Nella sala si avvertirono segni di subbuglio: i commenti iniziavano a farsi sentire, misti a battute sarcastiche e offese pi o meno dirette.
Pancrazio, di gran passo, urt Ruggero senza accorgersi di lui. Il comandante dei Biancoverdi assistette confuso all'investitura del nuovo Capitano del Popolo, Filippo de' Tedici. In quelle circostanze, l'unica soluzione possibile per i Pucci e le famiglie dei Biancoverdi pareva essere l'esilio. Ma non era quello il momento di pensare a certe cose: i lucchesi avrebbero sferrato molto presto il loro attacco e le sorti della citt erano ancora cos incerte da non permettere previsioni.
Messi a tacere gli oppositori, Filippo riprese a parlare solennemente. Si erse a paladino della citt mostrandosi sicuro di s e, ostentando la solita arroganza, profer le ultime parole del discorso: Al popolo pistoiese, al mio popolo, io giuro qui dinnanzi a voi e a Iddio che difender la citt anche con il mio stesso sangue, se sar necessario, e che la carica impostami da san Sigeberto verr esercitata nell'interesse del popolo cos come tale titolo richiede. Fu a quel punto che un cerimoniere si avvicin, porgendo il cuscino sul quale era poggiata una chiave finemente lavorata. Era quello il simbolo della carica che avrebbe rivestito Filippo da quel momento in poi.
Non era chiaro se nella sala regnasse di pi lo sgomento o la speranza. In pochi gioirono all'elezione del nuovo Capitano del Popolo, eppure quasi nessuno aveva protestato.
La sala si svuot pian piano e il defluire dei presenti non cre particolari disagi, fatta eccezione di piccoli alterchi tra i nobili su chi dovesse cedere il passo. Ruggero segu il vecchio Pucci, affidandolo a soli due uomini di scorta.
Mentre percorrevano le vie che conducevano alla dimora dei Pucci, Ruggero lanciava fugaci occhiate tra la gente in cerca di Isotta. Erano ormai pi di otto mesi che non ne aveva notizia e l'inquietudine aveva lasciato spazio a uno sgradevole senso di rassegnazione. Le sorti di sua sorella, invece, erano ben note a tutti: la notizia del pagamento in oro sonante a Clorinda, nel vico delle Tombe, da parte delle tesorerie vescovili, aveva fatto il giro della citt. Adesso era la concubina del vescovo e qualcuno ipotizzava che dal suo ventre sarebbe nato un nuovo bastardo.
Finalmente, giunti sani e salvi alla dimora e messo al sicuro il suo signore, Ruggero decise di concedersi del tempo per ispezionare l'intero perimetro murario della citt, al fine di capire in che punto avrebbero cercato di aprire una breccia i lucchesi Sempre celato dal mantello s'incammin, sfidando l'aria fredda che causava fitte pungenti alle tempie.
Nonostante l'esercito nemico avesse cinto d'assedio la citt, all'interno delle mura la vita pareva scorrere normalmente; una quotidianit sospesa in un limbo di incertezza, accentuato dalla sempre crescente scarsit di generi di ogni tipo: i banchi dei fornai erano semivuoti per la mancanza di grano e farina, e cos era per tutte le botteghe. L'aveva visto accadere altre volte; era terribile. Sarebbero aumentate le ruberie, e non c'era tempo di processi durante un assedio.
Ruggero scosse il capo, liberandosi dai brutti pensieri e proseguendo verso la Porta di Sant'Andrea. Fuori della chiesa penzolavano sulla forca una dozzina di armigeri e portavano le tuniche con lo stemma dei Tedici. Si domand cosa fosse accaduto, coprendosi il viso con la mano per cercare riparo dal lezzo della putrefazione.
La porta era difesa da milizie vescovili e parevano ben posizionate. Gli orci con l'olio da bollire e la pece erano custoditi sotto una tettoia, pronti a venire issati sulle mura all'occorrenza. Gli arcieri erano ben forniti di frecce e le tenevano all'asciutto avvolte nelle pelli cerate. Le mura apparivano ben solide, anche se manchevoli di un barbacane vero e proprio.
Si spost verso la Porta Lucchese, meravigliandosi per il gran movimento di truppe. Il loro comandante non era Lapo, ma un giovane che portava le insegne dei Cancellieri. Aveva il volto di adolescente e si vedeva che, in vita sua, non aveva mai neppure preso in mano una spada. Probabilmente, da come si muoveva, non aveva mai neppure giocato alla guerra... forse con una bambola di pezza. Eppure indossava una corazza degna del miglior armaiolo e il suo scudiero reggeva un elmo a dir poco splendido.
Deciso a vederci chiaro Ruggero si avvicin, svelando il proprio volto e aprendo il mantello in modo tale che si notasse che era un Biancoverde.
Signore ottenne cos l'attenzione del ragazzo, che ferm il suo cavallo. Sono Ruggero da Suio, il comandante dei...
So chi siete l'interruppe il giovane mentre smontava da cavallo e gli si avvicinava. Il vostro nome  molto noto da queste parti concluse la frase sorridendo.
Ruggero azzard la domanda che gli premeva: Non  messere Lapo a comandare il drappello?.
Non pi. Mio fratello  stato giustiziato... o cos mi  stato raccontato.
Vostro fratello giustiziato?! La reazione dell'altro lo sorprese.
Il giovane gli parl all'orecchio: Lapo era il mio fratellastro. Un vero cane rognoso, devo dire, ma pur sempre mio fratello.  una fandonia ci che mi hanno riferito, poich  stato ucciso da sicari. Il suo corpo privo della testa  stato abbandonato fuori il Palazzo dello Comune. Probabilmente  stato tradito dalle sue stesse guardie per chiss quale somma. Adesso  Pancrazio a ricoprire la carica. A me, quindi, spetta il comando delle milizie della mia casata e la difesa di questa maledetta porta.
Chi credete abbia ordito la trama contro vostro fratello?
L'espressione risoluta del giovane anticip la risposta: Le parole anzi dette non vi sono abbastanza chiare? Ormanno deposto e mio fratello decapitato! La sola mano di Filippo ha firmato entrambe le condanne.
Come vi chiamate?
Iacopo. Iacopo Cancellieri.
Pensate a una vendetta?
Non avr pace fino ad allora. Giuro su Iddio e su tutti i santi- Port la mano alla spada.
Vi fa onore. Vi auguro buona fortuna dunque concluse Ruggero, questa volta con animo rasserenato dal fatto di avere un nemico in meno e un alleato in pi, anche se non pareva un buon esperto militare. Con una rapida occhiata aveva notato gli arcieri male disposti; molti dei soldati erano ubriachi e non tenevano un atteggiamento marziale. Ruggero attribu il loro modo trasandato alla mancata capacit di comando del giovane Iacopo, che assomigliava pi a una concubina che a un ufficiale.
Quello era da considerarsi uno dei probabili punti d'accesso delle truppe lucchesi. Se le spie del Castracani avessero fatto bene il loro mestiere, di quella porta non sarebbe rimasto altro che macerie.
Non rimaneva che osservare la Porta Fiorentina, che era difesa dai mercenari dei Tedici. Ed eccoli l, nelle loro livree biancorosse. Ruggero dovette ammettere che le difese erano state approntate in modo impeccabile. A comandarle era Pancrazio, che se ne stava sui camminamenti sorseggiando da una coppa. Quel dannato mercenario rappresentava una minaccia che, prima o poi, andava affrontata.
Il giro conoscitivo adesso poteva dirsi concluso.
Aveva constatato il grado di protezione riservato alle porte, mentre per quanto riguardava la cerchia muraria aveva potuto vedere che era comunque ben difesa, nonostante le scarse risorse e l'inettitudine di Balduccio de' Salani, comandante dell'esercito.
Non rimaneva altro che tornare alla Porta Gaialdatica per vedere come, invece, se la cavavano i suoi. Strada facendo sbirci ovunque, cercando Isotta. Ogni angolo poteva essere
quello giusto, ogni volto poteva celare quello della sua amata.
Di lei non aveva pi traccia dalla terribile notte in cui Filippo e i suoi avevano portato a termine la rappresaglia contro i Biancoverdi e chiunque li avesse appoggiati. Al solo ricordo sent montargli la rabbia e crebbe il desiderio di vendetta. Filippo l'avrebbe pagata cara, in un modo o nell'altro. Era sicuro che la rivalsa era un'aspirazione condivisa da entrambi. Uno dei due sarebbe uscito sconfitto da quella tenzone. E lui avrebbe venduto cara la pelle.

Porta Gaialdatica. Notte del 15 marzo 1324.
Le luci apparvero all'improvviso. Si accesero sparse nell'oscurit, in una sorta di cielo stellato spuntato all'orizzonte, inaspettato e dall'aria sinistra. Dopo qualche istante i bagliori erano centinaia. Erano torce, l'attacco stava avendo inizio.
Sulle torri iniziarono a echeggiare gli scampani di allarme e le urla di avvistamento. All'interno delle mura i movimenti di truppe erano frenetici; buoi trainavano carri colmi di pietre e proietti per i pochi e malandati trabucchi sulle torri; gli arcieri applicarono le corde ai fasciami; gli ordini degli ufficiali risuonavano in ogni dove.
Vennero spente tutte le torce e lasciati accesi solamente i bracieri per le frecce incendiarie e i fuochi per bollire la pece.
Dall'alto del campanile, la costruzione pi alta della citt, si levavano urla di avvertimento, mentre le enormi campane avvertirono la citt che quella sarebbe stata una notte di morte e di sangue.
Dopo aver bussato inutilmente per alcuni minuti, il cerimoniere irruppe nella stanza di Filippo, reggendo una lanterna che illuminava a malapena la stanza da letto.
Signore esord. I lucchesi stanno attaccando. Raccolse la vestaglia di velluto nero con il collo di ermellino e attese che Filippo infilasse le pantofole.
Con l'aria stizzita per essere stato destato bruscamente, quello ordin subito: La mia tenuta da battaglia, fate presto.
Due servi che avevano seguito il cerimoniere scattarono per darvi esecuzione.
Chiamate i comandanti delle guarnigioni. Li attender nella sala delle udienze.
Il cerimoniere cerc timidamente di protestare: Ma... signore, i portaordini in questo momento impiegherebbero molto tempo per recapitare il messaggio: strade e vicoli sono affollati e intasati. La gente cerca riparo nelle chiese e si  riversata per le vie. Anche muovere le truppe si sta rivelando difficoltoso.
Ho detto lo interruppe Filippo con lo sguardo che lanciava fiamme che li voglio qui. Prima possibile. Addolc ironicamente il tono della voce sulle ultime parole, schernendo la protesta dell'altro.
Come desiderate.
Era piacevole sentire la mano affusolata sul volto. Isotta lo guardava e gli sorrideva. L'ombra del cipresso si stagliava lunga, sfidando quel soleggiato terreno.
Bisogna andare... lo invitava a seguirlo; si voltava facendogli segno di andarle dietro.
Bisogna andare! Signore! la voce era diversa. Isotta non c'era pi, svanita.
Signore! Stanno attaccando, svegliatevi!
Ruggero apr gli occhi alla ricerca di Isotta: non si trovava pi all'aperto, ma nella sua stanza all'interno della dimora dei Pucci.
Un Biancoverde lo attendeva con la torcia in mano che affumicava l'ambiente. Sent attanagliarsi lo stomaco quando la realt fece svanire il sogno di Isotta.
Comandante, dovete alzarvi subito. I lucchesi stanno attaccando ripet paziente il soldato, che gi calzava l'elmo e la cotta di maglia.
Ruggero balz dal giaciglio iniziando a vestirsi.
Hanno gi iniziato? chiese, mentre vestiva frettolosamente l'usbergo.
Per ora si sono limitati a farsi notare. Ma non credo manchi molto.
Allora dobbiamo davvero fare in fretta scatt verso la panca dove stava la tunica e la infil sopra la protezione. La livrea biancoverde lo fece gonfiare d'orgoglio, mentre allacciava il cinturone. La spada venne assicurata per ultima. Raccolse l'elmo al volo mentre raggiungeva la porta desideroso di uscire. Fuori, nel porticato, trov cavalieri, uomini d'arme e balestrieri gi schierati.
Bastiano? chiese mentre montava a cavallo.
Alla porta con gli arcieri.
Alz la mano guantata dando l'ordine di andare; le guardie aprirono la porta per far uscire il drappello.
Bastiano sal di gran carriera le scale per raggiungere le merlature sopra la Porta Gaialdatica. Era l, con tutti gli arcieri schierati, a osservare il fronte nemico. Quando si accorse dell'arrivo dell'amico, senza distogliere lo sguardo lo accolse con una battuta: Alla buon'ora comandante!.
Fottevo con vostra sorella.
La prenderete in moglie spero.
Non credo, ho avuto la sensazione di essere uno tra tanti...
Scoppiarono a ridere, sotto gli occhi attoniti dei soldati che si chiedevano come si potesse ridere a pochi istanti da una battaglia.
Non attaccheranno subito, ci faranno prima massacrare dalle macchine d'assedio. Abbiamo ancora tempo.
Tempo per cosa? chiese Bastiano.
Appena terminati i lanci, faremo portare sulle mura gli orci con la pece rispose Ruggero, che gi riscendeva le scale urlando ordini.
Lanci... sussurr Bastiano con aria rassegnata, ben conoscendo di che tipo di lanci si trattasse.
La tensione era tangibile. Sotto gli elmi le espressioni degli uomini erano di paura, fatto salvo qualche veterano che, invece, scommetteva sugli esiti del primo assalto.
Un sibilo che ricordava il vento che si incunea tra le tegole spezz il silenzio. Ne seguirono molti altri. Dardi fiammeggianti tracciarono l'aria, gettati dalle catapulte lucchesi, andando a schiantarsi contro le mura cercando di sbriciolarle. Esplosioni e deflagrazioni scossero l'animo dei soldati, che si proteggevano sotto gli scudi e sotto le tettoie.
Ruggero se ne stava sulle mura a osservare gli esiti dell'attacco. Fiamme alte si levarono in ogni dove all'interno delle mura. Le macchine d'assedio lucchesi, intanto, non diedero tregua, continuando incessantemente a lanciare proiettili che andavano a impattare contro le mura nel tentativo di demolirle. Sui camminamenti i soldati cercavano riparo come potevano. I colpi facevano tremare i basamenti e la sensazione di cadere nel vuoto era terribile, angosciante e... concreta.
Pietre, terra, amalgama, mattoni e travi schizzavano in ogni parte. Le tettoie cedevano e crollavano sui disperati che avevano cercato riparo al di sotto. Gli animali nelle stalle impazzivano dal terrore e i loro versi disperati riecheggiavano tra i vicoli, mentre perivano negli incendi.
Un grosso macigno port via un tratto di merlature proprio di fianco a Ruggero, che dovette accucciarsi per non venire strappato via dalla forza della deflagrazione. Due arcieri vennero smembrati dal terribile colpo e i loro resti martirizzati caddero sui loro compagni sotto al riparo. Costretti a liberarsi delle interiora e dei brandelli dei due arcieri, i soldati vennero presi dal terrore. Uno di essi, gett l'alabarda e fugg. Ruggero discese le scale, fermando gli altri prima che lo seguissero. Se farete come lui, se fuggirete colti dal panico, la porta rimarr sguarnita e i compagni che lascerete moriranno senza poter contare sul vostro aiuto! I lucchesi saccheggeranno le case e violenteranno le vostre figlie e mogli. Dovete restare qui e divenire strumenti di guerra per fermare il nemico!
Ma un altro macigno colp le mura e la ripercussione fu cos forte che fece esplodere l'intonaco interno, che proruppe in una nuvola di polvere e di frammenti. Quando la polvere inizi a posarsi, Ruggero si guard intorno scoprendo con sollievo che tutti si stavano rialzando.
Tra poco la smetteranno coi lanci... e avrete modo di fargliela pagare a quei maiali. Quando gli infilerete le vostre picche nel loro deretano si renderanno conto che nessuno di noi ha temuto la morte, se essa era il prezzo per difendere le nostre famiglie!
A quelle parole lo spirito dei Biancoverdi parve rinascere. Si scrollavano via polvere e terriccio dalle toniche che, seppur sudice, erano per loro motivo di fierezza.
Le deflagrazioni riecheggiavano in tutta la citt, il tiro delle catapulte era stato alzato. L'obiettivo adesso era oltrepassare le mura. Sarebbe stata una strage, ma non rimaneva altro da fare che contare i danni. Priorit assoluta era difendere le mura.
Volgendo lo sguardo oltre le merlature, Ruggero si chiese ancora che fine avesse fatto Isotta, se fosse stata al riparo... al pensiero che fosse stata uccisa dal bersagliamento sent cedergli le gambe. Indirizz una preghiera al Signore affinch la mantenesse in vita, ovunque fosse.

Palazzo vescovile.
Isadora stringeva a s le ginocchia, rannicchiata in un angolo della stanza delle udienze di Ildebrando. Tremava e piagnucolava in preda allo spavento. Il vescovo rivolgeva suppliche inginocchiato di fronte al crocifisso.
A noi non faranno nulla le ripeteva. Ci troviamo fra le mura di una sacra dimora e godiamo della stessa inviolabilit delle chiese. Non temere, piccola mia.
Lotario assisteva alla scena con il volto cinereo. La gorgiera era ingiallita dal sudore, che colava incessantemente dal collo.
Le due guardie, parte di un esiguo drappello rimasto a presidio della dimora, si scambiavano occhiate di sconforto: ben sapevano che gli invasori non avrebbero avuto remore a saccheggiare ogni angolo della citt, compresa la dimora vescovile; anzi, sarebbe stata una cuccagna per le loro brame. A quel punto, non sarebbero certamente rimasti a difendere il vescovo n la sua puttana.
Un assordante fragore scosse l'intera stanza. Le urla strazianti erano certamente di feriti, ma se si trattasse di servi o di soldati non si poteva sapere.
Un ufficiale fece ingresso nella sala, informando il vescovo che la torre all'angolo del vico del Malconsiglio era franata completamente dopo essere stata centrata. Le guardie l sopra erano morte tutte, fatta eccezione di cinque o sei balestrieri che, per, agonizzavano prossimi alla fine. Un incendio stava devastando le stalle, ma gli uomini si stavano adoperando per spegnerlo, anche se la sola acqua del pozzo non pareva essere sufficiente.
L'espressione di Ildebrando si fece contratta. Il sapore della fine riservava sempre quella sensazione di impotenza, anche se si era tra gli uomini pi potenti della citt.
Maledetti ghibellini... ringhi stringendo denti e pugni- Bisognerebbe impiccarli tutti, prima che sovrastino l'intera cristianit!
I singhiozzi di Isadora iniziavano a infastidirlo.
Smettila, sgualdrinella. Non serve a nulla piangere come un'infante, mantenete contegno! le url.
Ma la ragazza non ce la faceva proprio a smettere e si rannicchi sempre pi tra le ginocchia. Era la fine?, si chiese.

Porta Lucchese.
Le macerie erano ovunque e ricoprivano decine di corpi di soldati.
Un cavallo nitriva cercando di rialzarsi scalciando, ma la trave che lo teneva schiacciato a terra si era incendiata e l'avrebbe arso vivo. Bruciava anche il deposito delle armi e della pece, le fiamme si alzavano in cielo come tetre colonne di un tempio.
Il giovane Iacopo Cancellieri era nascosto sotto dei sacchi di farina di grano, in preda al terrore. Con le mani si copriva le orecchie, mentre muco e bava gli colavano dal naso e dalla bocca misti alle lacrime.
Un ufficiale lo sorprese e si avvicin dandogli una forte pacca sulla schiena. Signore, dovete salire sulle mura. I soldati vanno incoraggiati, hanno bisogno di voi; cercate di darvi contegno e ricomponetevi.
Iacopo torn a nascondere il volto tra le mani, rannicchiandosi sempre di pi contro i sacchi.
Signore, tornate in voi continuava a urlare l'ufficiale, mentre alcuni uomini cercavano di ricostruire una serie di merlature franate: servivano ripari dalle quadrelle lucchesi.
Il giovane rampollo dei Cancellieri smise finalmente di singhiozzare e si rialz con fatica. Si appoggi all'ufficiale rivolgendogli uno sguardo spaurito. Ho paura... non so cosa fare disse con voce tremante, ancora rotta dai singulti. Le mani e le gambe non riuscivano a smettere di tremare, mentre gli occhi erano annebbiati dalle lacrime.
Non importa signore. L'importante  che gli uomini vi vedano... penser io al resto lo rassicur l'altro, mentre gli stringeva il braccio inducendolo a smettere di piangere.
Altri massi si schiantarono sui tetti distruggendo le case con esplosioni di pietre, legno e calcinacci. Le urla coprivano gli ordini degli ufficiali. I sibili roboanti dei macigni che venivano proiettati dalle catapulte lucchesi fischiavano, seguiti da fragori fortissimi. Il fumo acre degli incendi saturava l'aria, costringendo le persone a coprirsi il volto.

Accampamento lucchese.
Sulla cima di una collinetta, in sella al suo destriero da guerra bardato dalle armature e ricoperto dalla livrea della casata, Castruccio Castracani assisteva compiaciuto al bombardamento.
Le macchine d'assedio della sua armata si azionavano incessantemente e lo strepitio delle assi di legno e degli ingranaggi era persistente. I suoi ufficiali stavano al suo fianco, pronti a muovere le proprie milizie non appena avesse dato l'ordine di avanzare.
Dalla loro posizione leggermente elevata, Pistoia appariva come un agglomerato di casupole protetto dalla cerchia muraria. Incendi erano visibili ovunque, alcuni cos espansi che le fiamme si elevavano alte verso il cielo.
Due alabardieri scattarono in avanti alla vista di un tizio mascherato. Fermatevi o verrete ucciso! urlarono, puntandogli contro le punte delle lunghe armi.
L'uomo tolse la maschera rimanendo in silenzio, sperando che il condottiero lucchese gli permettesse di parlare. Una lunga cicatrice segnava il suo volto, ricordo di qualche sventura di guerra.
Castruccio chiese: Chi siete? Chi vi manda?.
L'altro fece un inchino rispettoso prima di rispondere: Signore, sono un messaggero di Filippo de' Tedici e ho una missiva importante da consegnarvi.
Il comandante dell'esercito ghibellino fece un segno con
il mento e un ufficiale smont da cavallo per perquisire l'uomo. Gli tolse un pugnale che teneva alla cintola e un altro, pi piccolo, nella manica, poi gli strapp di mano il rotolo consegnandolo integro al Castracani, che si sporse dalla sella per afferrarlo.
Il condottiero lo port alla luce di una torcia, notando il sigillo di Filippo de' Tedici, spezz il tondo di ceralacca rossa e srotol la pergamena; terminata la lettura la gett a terra, tra la poltiglia calpestata dagli zoccoli dei cavalli.
Si continui a lanciare. Voglio ridurre quella citt di viscidi traditori in macerie. Si volse verso i suoi ufficiali ghignando. Che brucino... ordin.
Il messaggero finse un colpo di tosse. Dall'alto della cavalcatura, Castruccio lo fiss. Pazientate o lancer anche i vostri miseri brandelli tra quelle case.
Il condottiero lucchese si godette lo spettacolo della citt in fiamme, poi finalmente smont dalla sella e fece invito al messaggero di seguirlo nella sua tenda. L giunti, Castruccio si vers del vino. Bevve qualche sorso come se l'altrui presenza non fosse contemplata e osserv una mappa su cui era marcata la cinta muraria.
Ogni pietra si ricorder del mio passaggio. Infiler il mio membro in ogni vagina e saranno molti i bastardi a cui far vedere la luce.
Il messaggero si limit ad accennare un inchino.
Come vi chiamate?
Il mio nome  Genserico.
Messere Genserico dunque... finse di riflettere. Dovete riferire qualche cosa al vostro padrone. Al vostro servizio...
Non avr nulla di pi di quanto era in accordo. Che impari a rispettare la parola data, oppure ammucchier anche la sua testa insieme alle altre.

Pistoia, interno delle mura, Palazzo del Comune.
Il ritorno di Genserico venne accolto con apprensione.
Allora, ditemi, come  andata? domand Filippo tralasciando i convenevoli.
Mio signore,  stato molto difficile uscire dalle mura...
Vi pago abbastanza bene per non sentire i vostri piagnucoli, ditemi come  andato l'incontro tagli corto Filippo, infastidito per l'attesa e per la stupida perdita di tempo della sua spia.
Signore, sono giunto al cospetto del Castracani in persona. Ha letto la vostra missiva per poi gettarla nel fango. Genserico abbass lo sguardo fissando la punta del suo stivale.
In che modo ha commentato il messaggio? Filippo era furente, batteva il pugno sul passamano del suo seggio.
La sua spia fece segno di no con il capo. Ha detto di non gradire ordini da voi e che dovete limitarvi a eseguire gli accordi. Riceverete quanto d'intesa.
Lo sguardo di Genserico sal verso l'interlocutore.
Filippo, che scatt in piedi imprecando la sorte, lo guard come se fosse lui ad aver pronunciato tali parole. Dovette trascorrere qualche istante perch ritrovasse la calma. Dunque si avvicin al suo informatore, poggiandogli la mano sulla spalla. Mi avete servito bene, come al solito. Tenete... da un piccolo forziere che teneva sulla panca estrasse una piccola gemma e gliela don. Non spendetela subito in qualche taverna. Vi affido un nuovo compito, il pi delicato di tutti, ma che confido riusciate a portare a compimento. Comandate. Il mandatario era tutt'orecchi.
Approfittando della confusione in cui versa l'intera citt, vi recherete alla Porta Gaialdatica e... fece una pausa, assicurandosi l'attenzione dell'altro mi leverete una spina fastidiosa dalle carni.
Chi devo uccidere, mio signore?
Uccidete Ruggero da Suio.
L'espressione di Genserico si fece solenne. Stiamo parlando di un osso duro. Protetto da decine di uomini, abile nel combattimento. Richieder un'adeguata ricompensa...
E quindi?
Un rubino, mio signore. Rosso, come il sangue del vostro nemico. Sembra una ricompensa pi che ragionevole per una soddisfazione del genere.
Un rubino. Vi rendete conto di cosa state chiedendo? ringhi Filippo.
E voi, vi rendete conto di quale peso opprimente vi priverei dopo il delitto? lo affront Genserico con gli occhi fiammeggianti di intraprendenza.
Filippo si port alla finestra, dalla quale vedeva i tetti delle case franati e le fiamme innalzarsi al cielo.
E sia. Portatemi la prova della sua uccisione e avrete il vostro compenso. A un patto per: questa sar la vostra ultima missione. Sparirete per sempre era la condizione di Filippo.
Sta bene, mio signore. Non avrete testimoni scomodi e riceverete un buon servigio furono le ultime parole di Genserico prima di congedarsi.

Linee dell'armata ghibellina. Quasi l'alba.
Gli orci colmi di pece vennero collocati sulle catapulte e sui mangani. Gli artiglieri con le torce incendiavano la stoppa all'estremit. Il loro peso caricava le due montanti verticali mandando in tensione la matassa centrale, la cucchiara veniva tesa torcendo il fasciame, che scricchiolava per la trazione, e quando l'artigliere avrebbe colpito con il martello il piolo che azionava lo scatto, la fune si sarebbe liberata e l'ingranaggio poteva azionarsi sprigionando una forza tale da scaraventare il proiettile. Avveniva cos la deflagrazione della pece infiammata.
Il chiarore dell'alba iniziava a colorare ogni cosa di oro e rosso, sfumando via via verso il violaceo. Era giunto il momento dell'attacco: l'ufficiale fece risuonare i corni.
La tempesta di proietti lanciati dalle macchine tracciavano l'aria, mentre incendi scoppiarono in ogni luogo e roghi causarono centinaia di vittime.
Il cavallo di Castruccio avanz verso le prime linee seguito dagli araldi e consiglieri di guerra, un muro policromo di stendardi e vessilli sventolanti. Alzando la mano guantata chiam a s un ufficiale, che spron il cavallo per affiancarlo.
Le mucche sono pronte?
Da giorni ormai... gli uomini chiedevano con impazienza quando fosse l'ora di liberarsene! scoppi a ridere l'ufficiale.
Castruccio Castracani lanci un'occhiata divertita alle mura in fiamme, come se ne calcolasse la distanza esatta dalle sue macchine d'assedio. Dopo il primo assalto, lanceremo.
L'ufficiale allora fece girare il cavallo e lo spron schiacciandogli i fianchi; galopp fino al suo reparto e mise tutti in assetto da combattimento. L'avanzata stava per avere inizio.
I feriti vennero caricati su lettighe trainate da asini e trasportati nei lazzaretti e all'ospitale.
Solo pochi conoscitori delle guarigioni erano rimasti a dare conforto ai malati, gli altri, vili, erano andati a rifugiarsi dai lanci nemici.
In uno dei lazzeretti, ricavato sotto un porticato di un convento vicino alla Porta Gaialdatica, la situazione era al collasso. Continuavano a giungere feriti, che venivano adagiati in terra con la speranza che qualcuno trovasse la piet di curarli. Il loro sangue imbrattava il pavimento, rendendo necessario lanciare di contnuo secchiate d'acqua e aceto per ripulirlo.
Un giovane prete si aggirava tra i morenti rendendo l'estrema unzione. Per istam sanctam Unctionem, et suam piissimam
misericordiam indulgeat tibi... diceva, segnando con l'olio le fronti.
Martino de' Vigiseldi raccolse due stecche ricavate da una lancia spezzata e le fasci aderenti al braccio fratturato di un ferito, cercando di rimetterlo in asse, incurante delle urla di strazi.
Continuamente giungevano persone che si offrivano di prestare opera di misericordia, qualcuno spinto dal proprio animo generoso, qualcun altro che cercava solamente di salvaguardare la propria anima. Giunsero anche delle donne con volto celato dal cappuccio che recitavano preghiere di continuo.
Martino ne richiam un paio, mandandole alla ricerca di
lenzuoli da stracciare per ricavarne dei bendaggi; una terza la invi alla ricerca di olio, miele ed erbe officinali.
Mentre dava le disposizioni, giunse il corpo martoriato di una giovane ragazza: la gamba sinistra le penzolava in modo innaturale, il femore era spezzato; la testa era gonfia e dal naso colava copiosamente del sangue.
Il giovane prete, vedendola, si avvicin per darle la benedizione, ma Martino lo ferm, spingendolo da parte e inginocchiandosi. Credo che non sia ancora giunto il suo momento, padre disse, mettendosi all'opera. Da una catasta di legna raccolse due lunghi rami con cui stecc la gamba. Poi, frettolosamente, raccolse dalla sua sacca un bisturi e incise profondamente il gonfiore alla nuca, liberando il sangue oppresso che gli sbratt il volto e la stola di cuoio. Con l'aiuto di una suora, infine, le fasci delicatamente il capo.
Lasciamola riposare ora. Datele poi miele e acqua solamente, che non assuma altro per il momento dispose portandosi verso un altro paziente e strofinando le mani su uno straccio.
Un fragore costrinse tutti a gettarsi a terra. Dei calcinacci caddero dal soffitto e una colonna croll andando in frantumi a causa delle forti vibrazioni del colpo. Nessuno era al sicuro ormai, tra le mura pistoiesi.

Porta Gaialdatica. L'alba.
Comandante, i lanci sembrano terminati disse un arciere.
Ruggero annu quasi impercettibilmente. Con lo sguardo rivolto alla linea nemica si concesse qualche istante di riflessione. La stanchezza della notte iniziava a farsi sentire, e non sarebbe stata l'unica.
Bastiano arriv anch'egli sulle mura per vedere cosa stesse accadendo. Hanno finito? chiese.
Pare di s.
Attaccheranno? Era preoccupato.
 probabile. E vedendo che i suoi soldati lo stavano a sentire, Ruggero si sent in dovere di aggiungere: Ma troveranno i Biancoverdi ad aspettarli!.
Come mossi da una riserva di energia che non sapevano neppure di avere, i Biancoverdi iniziarono i preparativi. Gli orci con la pece vennero tolti dalle tettoie e dalle cantine in cui erano stati messi al sicuro e vennero portati sui camminamenti; gli arcieri misero le corde agli archi, mentre i balestrieri preparavano quadrelle e bolzoni. I soldati corsero a raccogliere picche, alabarde, asce e spade; altri erano impegnati a spegnere gli in' cendi. Molti fecero il segno della croce. C'era chi nascondeva le poche monete o gli oggetti preziosi, qualcuno li seppell, altri tolsero le pietre dai muri creando nascondigli protetti.
Una bandiera biancoverde venne issata sulla torre adiacente alla porta. In ogni parte delle mura e delle porte della citt vennero issati vessilli e stemmi delle casate e dei reparti a difesa.
Di contro, le linee ghibelline, composte da lucchesi, pisani, truppe dell'imperatore e mercenari, iniziarono a posizionarsi. Migliaia di soldati erano schierati per dare l'assalto alle mura. Anche tra le loro fila si ersero fieri stendardi, bandiere e vessilli. Una leggera caligine aleggiava a pochi pollici da terra, all'altezza delle ginocchia dei soldati ghibellini, dando l'impressione che fluttuassero anzich camminare.
Era giunto il momento che infiammava l'animo di ogni soldato e che, contemporaneamente, lo sgomentava.
All'orizzonte iniziarono ad apparire le torri d'assedio, trainate da robusti buoi bianchi, sulle cui lunghe corna ricurve erano appesi drappi colorati. Alte almeno fino alle merlature, avrebbero permesso ai ghibellini di attaccare direttamente al livello delle merlature.
Ruggero diede ordine ai suoi di portare sui camminamenti quante pi pietre potessero recuperare e, visto il bombardamento a cui era stata sottoposta la citt per l'intera nottata, non avrebbero certo faticato a trovarne.
Anche Bastiano si dava un gran da fare, caricando sulle carrucole i fasci di frecce da portare sulle merlature.
Nonostante la frenesia dei preparativi, tutti si fermarono come colti da un incantesimo di terrore quando udirono le trombe nemiche. Stavano attaccando.

Palazzo del Comune, sala delle udiente segrete.
Quando accadr? domand Pancrazio visibilmente nervoso.
State tranquillo. Riceveremo ordini precisi replic Filippo, che strappava carne d'agnello dall'osso.
E il tesoro?
Anche a quello penseremo a tempo debito, non temete Adesso toglietevi quel ghigno irrequieto dal volto, mi irritate.
Mio signore, la citt  stretta d'assedio e tra poco verremmo invasi dai lucchesi, un po' di nervosismo me lo posso permettere. Prima si metteranno le mani sul tesoro e meglio sar per tutti.
Sentendo parlare del tesoro, Filippo avvert un fremito di eccitazione all'intimo e una sensazione di invincibilit pervadergli l'animo. Il solo pensiero di tenere sulla propria testa la corona di Radagaiso lo rendeva inquieto e, insieme, gli dava la sensazione di avere facolt illimitate. Era piacevole solamente sentirne parlare e gi assaporava il momento in cui l'avrebbe tenuta tra le mani. Era alla stregua della lancia di Longino e della Corona Ferrea fatta con il chiodo che trafisse Cristo, con cui vennero incoronati gli imperatori del Sacro Romano Impero.
Il ragionamento lo indusse a prendere una decisione: Hanno concluso con i lanci. Tra poco attaccheranno e sar scompiglio ovunque. Sar allora che agiremo.
Come desiderate mio signore. Pancrazio chin il capo, portando la mano all'elsa.
A quel punto entr il cerimoniere, che con atteggiamento angustiato consigli al Capitano del Popolo di rifugiarsi nella torre.

Porta Gaialdatica.
Le urla di battaglia riecheggiavano in tutta la piana. I nemici avanzavano correndo, trasportando lunghe scale e sospingendo le torri d'assedio. La terra tremava sotto i loro piedi. Tutti correvano con gli scudi alti per proteggersi dai dardi che sarebbero piombati appena giunti a tiro.
Gli arcieri bagnarono le piume delle frecce e incoccarono, tenendole strette al fasciame con i pollici.
Aspettate... Ruggero cercava di tenerli calmi e di non sprecare le frecce. Fateli avvicinare e ognuno scelga con cura il proprio bersaglio.
Non appena la massa umana nemica si trov a quattrocento piedi, contrassegnati da mucchietti di pietre imbiancate, il suo braccio cal deciso dando il via al lancio, ordine che venne esteso a voce da ogni arciere distribuito sulla porta, sulla torre e sui camminamenti.
Partirono centinaia di frecce, facendo risuonare lo scatto della corda, che ricordava vagamente il suono di una funicella di liuto che si spezza. I dardi tracciarono una parabola andando a impattare i bersagli con rumori sordi che facevano pensare alla carne macellata.
I primi nemici iniziarono a cadere; chi possedeva uno scudo era fortunato, agli altri non rimaneva altro che correre pi veloce verso le mura.
Una seconda ondata miet ulteriori vittime. I lanci si sarebbero dovuti ripetere senza tregua per abbattere pi nemici possibile: dalle mura infatti l'attivit degli arcieri era incessante; raccoglievano la freccia, bagnavano il piumaggio, incoccavano e lanciavano in modo rapido e istintivo, cos che a decine cadevano sotto i loro colpi.
Adesso le urla dei lucchesi si facevano pi vicine e pi forti. Erano quasi a ridosso delle mura e anche i loro arcieri lanciavano frecce nel tentativo di coprire l'avanzata dei loro compagni d'arme.
Quindi gli arcieri sulle mura dovevano subito tornare a riparo dietro le merlature, dopo il proprio lancio, a incoccare la freccia successiva.
Una freccia impatt contro il petto di Ruggero, ma fortunatamente il suo slancio non era abbastanza forte da forare la cotta di maglia.
Tutto bene? chiese Bastiano, che reggeva la spada pronto a ricevere la prima ondata nemica.
Ruggero fece segno di s, massaggiandosi il torace. Estrasse anche lui la spada e cos fecero tutti i Biancoverdi sulle mura. I picchieri si tennero pronti e i balestrieri capirono che era giunto anche il loro turno e posizionarono le quadrelle.
Ci siamo! prese a parlare Ruggero  questo il momento degli eroi, poich tra gli assalitori e le vostre famiglie e case ci siamo solamente noi. Noi, chiamati al sacrificio per difendere ogni pietra di questa citt. Ebbene, io voglio ricacciare quei topi di fogna e far attendere ancora per molto tempo il paradiso... fece una pausa o l'inferno per voi bastardi!
Furono in molti a ridere.
I lucchesi iniziarono ad appoggiare le lunghe scale alle mura, risalendone velocemente i pioli coperti dalle frecce dei loro arcieri.
Ruggero a quel punto diede l'ordine: Gettate la pece! e ne raccolse un orcio, rovesciandolo al di l delle merlature. Il gesto del comandante venne subito imitato dagli altri Biancoverdi e decine di orci vennero gettati al di fuori, disperdendo il liquido nero e vischioso contenutovi.
Adesso, le frecce incendiarie! Ora! lanciare! url con tutta la voce che aveva.
Il suo ordine fu ripetuto affinch tutti potessero darne seguito e cos gli arcieri accesero le punte delle loro frecce avvolte in lembi di stoffa imbevuti di pece, scagliandole verso il basso e incendiando la pece sparsa al suolo.
Le fiamme avvolsero decine di fanti lucchesi, che presero a urlare e rotolarsi a terra cercando di spegnerle invano.
Adesso, balestrieri. Lanciare! prosegu Ruggero con impeto maggiore.
Veloci come fulmini i balestrieri si affacciarono dalle merlature e scoccarono le quadrelle che centrarono i bersagli strillanti. Il suolo sottostante era ormai ricoperto di cadaveri e di feriti agonizzanti. L'odore sgradevole di carne bruciata penetr nelle narici dei difensori.
Tuttavia l'ondata nemica non si arrest neppure per un istante, perch il numero di soldati a disposizione era enorme.
A frotte, infatti, erano riusciti a raggiungere le merlature e avevano ingaggiato combattimenti feroci con i difensori.
L'uomo che colpiva decisamente forte lo scudo con cui Bastiano cercava di ripararsi era stato uno dei primi a giungere sui camminamenti della Porta Gaialdatica e adesso lo incalzava per ucciderlo. Dallo stemma impresso sul pettorale si capiva che era un pisano.
Anche Ruggero fu presto impegnato, e ovunque lungo i camminamenti infuriavano combattimenti.
I corpi trafitti dalle lame e raggiunti dai dardi cadevano nel vuoto, producendo tonfi sordi al loro impatto col suolo. Le fiamme, intanto, continuavano ad ardere, ma erano in via di esaurimento e i lucchesi si avvicinavano a centinaia portandosi a ridosso dei bastioni.
La spada di Ruggero abbatt molti nemici fino al punto in cui spuntarono le aste di una scala e, proprio nell'istante in cui un ghibellino stava raggiungendo la cima, la allontan dalle mura, facendola ribaltare all'indietro portandosi con s i soldati.
Nello stesso istante una freccia si conficc nell'occhio di un Biancoverde che vol all'indietro, piombando sopra una tettoia bassa e continuando a rotolare fino al suolo. Un altro venne raggiunto da un colpo d'ascia che gli fracass il cranio; schizzi di materia organica imbrattarono la merlatura e la tunica del lucchese, che estrasse la lama dalla testa del soldato sconfitto che ricadde sulle ginocchia.
Ovunque i Biancoverdi stavano affrontando i nemici, che
avevano ormai invaso la linea fortificata. Erano troppi. Bisognava escogitare qualcosa.
La situazione era pi o meno la stessa in ogni tratto di mura fatta eccezione per la parte della Porta Fiorentina, quella difesa dalle milizie dei Tedici. La situazione si presentava paradossale dunque; ovunque si svolgevano combattimenti cruenti e gi a centinaia si contavano i morti mentre i mercenari dei Tedici stavano senza muover foglia a difesa di una porta che nessuno attaccava.
Ben diversamente invece accadeva alla Porta Lucchese, difesa dai Cancellieri, dove i combattimenti erano cos sanguinosi che i soldati si muovevano passando sui cadaveri dei loro commilitoni. Il giovane Iacopo pareva avere trovato il coraggio che non sapeva neppure di avere: pur tenendosi alla larga dai combattimenti veri e propri, riusciva a osservare la situazione dall'alto della torre e a dare diverse disposizioni.
Le frecce e i bolzoni lucchesi fioccavano da ogni parte. Sui camminamenti, dov'erano disseminati i cadaveri e i feriti che agonizzavano, passarono i languidi occhi di Iacopo. Per qualche istante rimase frastornato, con le orecchie che schermavano i rumori della sofferenza e del ferro di cui erano fatte le armi.
Quando rivolse l'attenzione verso l'armata ghibellina spalanc la bocca, poich assomigliava a una marea che, anzich lambire la spiaggia, era ormai biecamente a ridosso della porta. Ammise di non essere neppure lontanamente all'altezza della difesa e poggi entrambe le mani su una merlatura, cercando di non stramazzare per le gambe che parevano diventate di cera.
Un ufficiale gli si fece vicino, il volto e la barba anneriti dalla fuliggine, la corazza ammaccata dalle frecce che non erano riuscite a perforarla. Gli url con il volto contratto dalla disperazione: Signore... signore!.
Iacopo non gli rispose, lo sguardo fisso.
Signore, abbiamo bisogno che diate degli ordini, gli uomini cadono a decine! prov di nuovo a spronarlo ma, di fronte alla noncuranza di quello, ammutol abbattuto.

Palazzo vescovile.
Dalla piccola finestrella della torre dove stavano asserragliati, gli sguardi del vescovo Ildebrando e di Isadora erano fermi, sgomenti, sul massacro sottostante.
Le urla di incitamento alla battaglia e dei feriti giungevano fin lass, inducendo Isadora a farsi ripetutamente il segno della croce.
Il cerimoniere sudava, nonostante il freddo pungente di quella mattina, lanciando avide occhiate alla croce d'oro al collo del monsignore; se i lucchesi avessero preso la citt, l'avrebbe rubata per assicurarsi un lasciapassare verso la vicina Firenze.
Gli occhi di Isadora si riempirono di lacrime. Suo padre e sua sorella non sarebbero sopravvissuti se i nemici avessero
saccheggiato Pistoia. Era tanto tempo che non vedeva n l'uno n l'altra e adesso sentiva tantissimo la loro mancanza; forse perch a pochi istanti dalla propria fine si sente il bisogno di avere vicini i propri cari, anche se si dovesse condividere una sorte nefasta. Una volta aveva sentito una storia del genere su certe persone che, prima di morire, avevano parlato con i propri cari che gi appartenevano all'aldil...
Ildebrando si fece improvvisamente serio e le chiese di attenderlo. Sarebbe tornato presto da lei.
Do... dove andate, mio signore?
A sistemare una faccenda prima che gli assalitori riescano a entrare tra queste mura. Sar presto da voi, non temete la rassicur.
Con un cenno fece comprendere a Lotario di seguirlo e iniziarono a scendere le scale della torre, percorrendo un
corridoio aperto da bifore a sesto acuto fino a raggiungere un'enorme sala. L'alto prelato estrasse dalla tunica una chiave che teneva al collo e apr una piccola porta celata da un affresco che riempiva l'intera parete. Entrarono nella stanzina nascosta e Ildebrando raccolse un piccolo forziere. Lo apr, svelando un vero tesoro di pietre preziose e monete d'oro e argento di molte valute. Rovesci il contenuto in una bisaccia di cuoio che recuper da un cassetto, lasciata l in previsione di un evento del genere, e gett via il forziere vuoto. Mise nella mano del cerimoniere alcune monete d'argento facendo seguire le parole: Caro Lotario, siete sempre stato un buon servitore. Saprete gestire anche questa faccenda. Con queste ci pagherete le guardie, eviteremo che tradiscano: per loro sono pi di quanto avrebbero guadagnato in un anno di servigi.
Il cerimoniere rimase a fissarlo prima di esprimere la propria opinione: Vostra grazia, dovreste essere pi ragionevole se volete che degli uomini muoiano per voi pensando di diventare ricchi. Queste monete non basteranno, temo.
La mano abbranc delle pietre preziose, aumentando il compenso. Ora dovrebbero bastare.
Il cerimoniere accenn a un inchino, sparendo subito dopo. Idiota. Crede di riuscire a pagare il coraggio di uomini a un passo dalla fine sibil, aprendo il palmo della mano e contando monete e pietre. Le infil nella sacchetta che teneva assicurata alla cintola e attese un po' di tempo, quello necessario affinch il vescovo pensasse che il pagamento fosse davvero avvenuto.

porta Gaialdatica.
Si combatteva sui cadaveri ormai. Il sangue imbrattava i
camminamenti, rendendoli scivolosi e ancor pi pericolosi.
Ruggero abbatteva la sua spada su tutti i nemici che si facevano avanti. Colpiva dall'alto e di taglio aprendo squarci nelle carni; a un certo punto avvert un forte colpo alla schiena, seguito da una vertigine. Inarc il dorso per il dolore e si pieg all'indietro. Un lucchese lo aveva colpito con la palla chiodata di un mazzafrusto che gi roteava nuovamente, preparandosi ad attaccare.
Prima che l'altro portasse a compimento ci che aveva iniziato, Ruggero sferr un colpo di taglio lacerandogli l'addome.
Era salvo per miracolo. Ringrazi il Signore rialzandosi, consapevole che un'altra occasione non gli sarebbe stata concessa. Sent la camicia inzuppata. Era ferito. Ci avrebbe pensato a tempo debito, ora doveva combattere.
Lanci occhiate in ogni direzione: lungo i camminamenti i combattimenti proseguivano feroci ma la resistenza era ancora efficace; nondimeno, in alcuni punti, i lucchesi erano riusciti a superare le linee difensive e cercavano di portarsi verso la porta. Se fossero riusciti a raggiungerla e ad aprirla, il resto dell'armata si sarebbe riversato in citt e avrebbe avuto inizio il saccheggio. Allora sarebbe stata la fine.
No! Non entrerete dalla mia porta, bastardi! url, correndo verso la parte alta della porta. Incurante dei dardi lanciati dal basso dai balestrieri, richiam a s una dozzina di soldati e li spron alla carica. Raggiunsero urlanti uno sparuto numero di nemici che cercava di sopraffare i difensori della parte merlata sopra la porta, ridando equilibrio alla situazione.
Il primo avversario che dovette affrontare fu un infedele: era noto che il Castracani avesse ingaggiato un reparto di mori provenienti dalla Spagna. Per combattere utilizzava due scimitarre dall'ampia lama ricurva. Il turbante nero non celava gli occhi contornati da tatuaggi tribali dal significato ignoto ai cristiani- i suoi stivali avevano la punta all'ins e la corazza era squamata e finemente lavorata. Fu proprio lui a dare il via allo scontro con un tiro incrociato di entrambe le scimitarre, che Ruggero riusc a schivare grazie solamente all'istinto di portare indietro la testa. Ancora le lame saettavano, costringendo il cavaliere ad abbassarsi e a parare con lo scudo, per poi nuovamente indietreggiare e abbassarsi; quel dannato moro era talmente abile da riuscire a sfiancarlo. Non gli concedeva spazio per attaccarlo con affondi n di portare a termine una tecnica. Anzi, adesso aveva preso a muovere le lame in modo da indurlo a scoprire la parte centrale del corpo, e Ruggero dovette pertanto combattere di fianco, coprendosi con lo scudo e parando gli affondi con la spada.
Leggo la paura nei tuoi occhi, cavaliere lo punzecchi il moro.
Semplicemente non mi conoscete replic Ruggero, ansimante, mentre il combattimento seguiva il suo corso.
Il saraceno si muoveva rapido e pareva non accusare la fatica; lanciava una lama e gi l'altra portava a segno un altro colpo. Ruggero si ripieg all'indietro evitando che la scimitarra gli aprisse la faccia, ma non fu sufficiente a rimanere incolume poich il filo dell'altra lama gli lacer la carne del polpaccio destro. L'urlo che cacci richiam l'attenzione di altri Biancoverdi, spaventati dal rischio di perdere il proprio comandante.
Ditemi il vostro nome prima di morire, lo terr presente nelle mie preghiere quando ne chieder l'invio all'inferno ringhi il moro.
Sar probabile allora che alle porte busseremo insieme! scatt Ruggero, lanciandosi contro l'altro come se avesse ripreso le forze.
Era il primo attacco che portava a termine, ma aveva sortito ben poca utilit visto che l'altro era agile come una serpe. Come reazione, iniziarono a soffiare le lame delle scimitarre che ormai avevano quasi ridotto a brandelli lo scudo di Ruggero, che si sentiva le braccia tremanti. Decise quindi di lanciare via
lo scudo e reggere la spada con entrambe le mani. Aveva ancora la forza necessaria per dargli altro filo da torcere a quel maledetto avversario.
Il moro prese a esibirsi in una prova di agilit: con entrambe le braccia incrociava e muoveva nell'aria le scimitarre, preparandosi al colpo finale.
Ruggero invece sput a terra.
Che fate, avete un groppo alla gola? Vorreste forse un sorso di vino prima di perire?
Ho segnato il territorio: non oltrepasserete questo punto, statene certo! Ruggero port la spada di fianco, all'altezza della spalla e con la punta rivolta all'ins.
I due rimasero a studiarsi per un lasso di tempo breve quanto un paio di battiti di ciglia, dopodich si lanciarono uno contro l'altro. Ruggero, dopo la rincorsa, si lanci in aria abbattendo la spada, ma il saraceno riusc a parare il colpo e scagli la scimitarra contro di lui. Ruggero si mise di fianco evitando anche quel colpo e sferr un lancio di taglio che stacc di netto il braccio dell'altro.
Il moro guard la menomazione con occhi increduli, lasciando cadere anche l'altra arma. Con la punta della spada, infine, Ruggero gli trapass la gola.
Eliminato quell'avversario cos determinato, si avvide che la resistenza aveva respinto l'assalto in tutta quella parte delle mura. Ne trasse un momento di conforto. Ansimante, sporco di sangue e sudore, stremato e con lo sguardo colmo di rabbia, urlando ordin di gettare la pece dalle feritoie.
I Biancoverdi che curavano il fuoco che teneva calda la pece nei pentoloni ne rovesciarono il contenuto gi per i pertugi Il liquido bollente piomb sui soldati che stavano tentando la scalata, ustionandoli. Le loro urla riecheggiarono in tutta la piana giungendo fino alle orecchie del Castracani, che osservava l'esito della battaglia dalla collinetta.

Linee ghibelline.
Era chiaro che la prima ondata d'assalto era stata inefficace. Nonostante le spie avessero riferito di una scarsa disponibilit di mezzi per la difesa, le mura erano state protette bene e, a quel punto, era inutile azzardare una nuova offensiva. Gli uomini erano stanchi e partivano in svantaggio, dovendo salire irte scalinate prima di ingaggiare una lotta con il nemico.
Castruccio si rivolse al suo alto generale: Chiama la ritirata.
Tir le redini obbligando il cavallo a voltarsi su se stesso, avviandosi a passo lento verso la tenda. Lo scudiero lo segu portandosi il fardello dello scudo, lancia ed elmo. Altri servi si accodarono riportando gli avanzi del vino e della carne. Era nota infatti la sua abitudine a banchettare mentre godeva della spettacolarit dell'assedio.
Un ufficiale gli si affianc. Signore, abbiamo un problema... la voce gli si spezz. Sapeva di essere portatore di notizie sgradite e che Castruccio avrebbe associato per sempre la sua figura a quella dannata faccenda.
Castruccio si stizz: Che tipo di problema ci pu essere quando si abbandona la battaglia? domand con la rabbia che gli montava.
L'ufficiale decise che era meglio far s che se ne rendesse conto di persona. Venite a vedere lo invit, volgendo lo sguardo verso la Porta Gaialdatica.
Con un leggero galoppo il Castracani si port nuovamente in cima alla collina, sgranando gli occhi: dalle mura venivano lanciate balle di fieno che, con la spinta ricevuta dall'altezza, rotolavano per decine di metri; poi gli arcieri Biancoverdi scagliavano frecce che le facevano incendiare creando cortine di fuoco.
Il volto del condottiero lucchese si contorse in una smorfia d'ira quando si avvide che i suoi soldati perivano a decine travolti dalle fiamme. Inoltre la disperazione di quegli sventurati in fiamme faceva s che si gettassero tra le formazioni in ritirata in cerca di aiuto, ottenendo solo di far attecchire le lingue di fuoco alle torri d'assedio e alle tuniche degli altri soldati, diffondendo ancor di pi l'incendio. Altri manipoli furono decimati dagli incendi di cui erano vettori le stesse vittime.
L'eco delle urla fu udito dal Castracani, che irato osservava la disfatta dei suoi. Senza tradire alcuna emozione, il condottiero lucchese ordin di schierare gli arcieri. Gli ufficiali, sconvolti, cercarono di protestare, ma lo sguardo del loro comandante fu pi che eloquente.
Senza indugiare oltre, dunque, gli arcieri ghibellini si allinearono, pronti a scoccare su ogni soldato avvolto dalle fiamme che cercava di raggiungere gli schieramenti in ritirata.
Si rivel una carneficina. I guerrieri che si dimenavano cercando scampo dalle fiamme venivano centrati dalle frecce dei loro stessi commilitoni.
L'attenzione del Castracani adesso era rivolta alle mura e alla Porta Gaialdatica, da dove esultavano i Biancoverdi.
A chi  stata affidata la difesa di quella porta? chiese al suo consigliere di guerra.
L'uomo, dal naso pronunciato e le labbra sporgenti, consult una pergamena prima di rispondere: A Ruggero da Suio. Si sa poco di lui, se non che  al servizio della famiglia de li Pucci ed  un cavaliere molto rispettato in citt, ma in contrasto con le famiglie dei Cancellieri, dei Salani e dei Tedici.
Castruccio lanci un'occhiata di compiacimento al suo consigliere, che come sempre svolgeva bene il suo lavoro.
Le vostre spie si guadagnano bene il denaro che gli diamo constat lietamente.
Mio signore, mi avvalgo di persone fidate fu la replica soddisfatta dell'altro, che si strofin le mani dopo aver arrotolato il documento.
Ruggero da Suio... avr piacere io stesso di tagliargli la gola quando sar il momento sentenzi Castruccio, rientrando nella sua tenda.
...
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CAPITOLO 20.
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Dai camminamenti della Porta Gaialdatica l'esultanza divenne contagiosa: ogni tratto delle mura era in esultanza. I ghibellini si ritiravano, lasciando a terra centinaia di morti e feriti.
Bastiano abbracci Ruggero. Grazie amico mio! gli disse baciandolo su un orecchio.
Ruggero sorrise. Abbiamo combattuto tutti insieme. E con coraggio a quanto pare! Poi si accorse che tutti i Biancoverdi gli si facevano incontro, alzando le armi in segno di trionfo. Gli entusiasmi non svanirono neppure quando si dovettero raccogliere i corpi dei caduti che erano il risultato di quella battaglia cos cruenta e sanguinosa. I feriti vennero trasportati ai lazzaretti e Ruggero si rec con loro per farsi ripulire la lesione sulla schiena.
Amico mio, anche voi hanno colpito quei villanzoni?
Ruggero si volt alla ricerca della voce, scorgendo Martino de' Vigiseldi che aveva le mani e la stola imbrattati di sangue.
Cosa vi  capitato? chiese.
Un colpo alla schiena spieg il cavaliere stringendo i denti.
Martino si diede da fare aiutandolo a togliersi l'usbergo, che era perforato all'altezza della scapola. Sangue rappreso incrostava la maglia metallica. Poi fu la volta degli abiti che avevano aderito alla carne lacera. Quando tent di staccarla, a Ruggero sfugg un'imprecazione.
Ho quasi completato, non temete disse il medicus studiando la ferita. Non  grave, ma senza la maglia di ferro a quest'ora sareste carne per i vermi concluse scoppiando a ridere.
Ruggero storse la bocca a quell'ironia. I combattimenti gli avevano tolto la voglia di scherzare.
La pulir e la cucir. Chiedervi ora di riposare sarebbe inutile, non  cos?
I lucchesi torneranno all'attacco appena si saranno riorganizzati. Riposer quando sar tutto finito. In un modo o nell'altro... abbass lo sguardo pronunciando l'ultima frase.
Attendete, vado a cercare aiuto. Martino si alz sparendo dietro un colonnato.
Ingannando l'attesa, lo sguardo di Ruggero vag nel chiostro cosparso di feriti giacenti su pagliericci di fortuna. L'odore dolciastro del sangue gli invase le narici, causandogli un lieve senso di nausea.
Martino stava tornando accompagnato da una donna, che reggeva una tavola su cui erano distribuiti degli strumenti di bronzo.
I due percorsero l'intero colonnato. Quando gli furono abbastanza vicini, il cuore prese a martellargli nelle tempie
e nello stomaco. Non riusciva a crederci, e pensare che aveva perso le speranze di poterla, un giorno, rivedere.
Peccato che quello sarebbe potuto essere l'ultimo giorno della sua esistenza.
Isotta! la chiam.
Lei alz lo sguardo, lentamente, senza tradire alcuna emozione. Si accomod senza proferire parola accanto al medicus, porgendogli la tavola con gli strumenti.
Nonostante non avesse smesso di servire, lo guard. Pos gli occhi sulla parte ferita per tornare al suo volto. Le sue
labbra rimasero serrate.
Isotta... vi ho cercata ovunque. E vi ho... cerc di parlarle con il cuore che gli batteva forte nel petto e nella gola.
Gli occhi di lei si abbassarono per un istante, per tornare poi subito fissi nei suoi.
Quel silenzio lo turb a tal punto che decise di insistere: Sovente il mio pensiero correva verso ricordi che porto sempre con me. Forse non sono altrettanto importanti per voi? Port la mano al petto.
Gli occhi le si riempirono di lacrime, che ricacci con una stizza d'orgoglio o forse di coraggio. Fece segno di no.
Dunque?
La voce di lei usc piano, una nta musicale priva di variazioni di tonalit, ma al contempo decisa e dura: Sapete cosa  accaduto alla mia famiglia, alla mia casa e alla bottega di mio padre?. Quella domanda aveva il sapore del risentimento.
Ruggero ammutol.
Fu Martino a interrompere quel momento cos intenso. Raccolse dalla tavolozza una spatola affilata con cui inizi a tagliare i lembi di pelle sporchi e laceri. Quando giunse alla stoffa attaccata alla carne, il dolore costrinse Ruggero a stringere i denti.
Isotta si port dietro di lui per tamponare il sangue durante l'operazione continuando a rigurgitare risentimento.
Dov'eravate mentre ci accadeva? le trem la voce dalla rabbia mentre gli occhi si velarono di lacrime. Voi, condottiero che avrebbe dovuto salvare la gente dalle persecuzioni dei Tedici, dov'eravate? La bottega  stata data alle fiamme e quel poco che siamo riusciti a salvare non  servito neppure per sfamarci. Guardate le mie vesti adesso.
D'istinto Ruggero si volse, guardandole. Erano lacere, usurate e troppo larghe rispetto al fisico della ragazza.
Stenti e fame, messere. Vivevo di stenti mentre voi vi rintanavate nella fortezza dei Pucci. Mio padre  divenuto folle, mia sorella... la frase le si smorz in gola.
Ruggero non volle argomentare proprio su quel punto. Di contro, non poteva permettere che Isotta pensasse che lui non avesse cercato di fermare i mercenari dei Tedici al comando di quel bastardo di Filippo. Tuttavia, opt per una risposta leggera che sfiorasse la coscienza della ragazza affinch ragionasse nel modo pi lucido possibile.
Si schiar la voce prima di dire: Filippo e i suoi hanno distrutto e saccheggiato il cantiere di Santa Tecla, uccidendo persino donne e bambini. Contemporaneamente, con molti uomini hanno dato l'assalto a quei quartieri dove l'idea di collaborazione tra la gente e i Biancoverdi aveva attecchito di pi, perch la voce del popolo si stava alzando cos forte da far tremare i muri delle loro dimore e delle loro certezze: la collaborazione che si era formata consentiva di riparare le case di chi, altrimenti, non avrebbe potuto farlo, cercare di ricostruire piccole chiese per i fedeli oltre che permettere alle corporazioni di gridare le proprie richieste. Tutto ci era scomodo per chi, come Tedici e Cancellieri, mirava alla detenzione del potere, sottomettendo un popolo gi mansueto. Nonostante l'assalto sferrato in modo cos organizzato, noi abbiamo subito predisposto una risposta armata, ma siamo stati costretti a ripiegare perch il nemico era di troppo pi numeroso. Inoltre, Isotta cara... le guard le labbra, i capelli e le mani indaffarate Filippo godeva sia dell'alleanza con i Cancellieri sia dell'impunit fornitagli da suo zio. Cos'altro potevamo fare, secondo voi?
I miei occhi hanno visto cose orribili: donne e bambini trucidati e tanti, troppi cadaveri. Persone perite a causa della malvagit di questi assurdi personaggi che andranno in qualche modo sconfitti. Anche se ormai, con i lucchesi oltre le mura, tutto cambier.
Dopo le spiegazioni di Ruggero tra i due cal il silenzio, rotto solamente dalla voce di Martino che chiedeva questo o quell'altro strumento.
Nonostante si sforzasse tanto da arrossare la cute, gli occhi di Isotta non riuscirono pi a trattenere le lacrime e i singulti la scossero a tal punto che dalla tavolozza caddero alcuni strumenti medici.
La mano di Ruggero corse verso la sua stringendogliela, assaporandone il contatto, il piacere della vicinanza.
Intanto il filo correva nelle sue carni, facendo aderire i lembi aperti della ferita. Adesso pareva che le cose andassero un po' meglio. Percepiva che, in qualche modo, le difese di Isotta si erano assottigliate e che avrebbe avuto la possibilit di spiegarle meglio tutto.
L'ingresso di un drappello che vestiva le insegne dei Tedici, per, lo allarm.
Con la mano poggiata sull'elsa della spada un ufficiale si port di fronte al trio proprio mentre Martino troncava i fili della sutura.
Dopo aver salutato militarmente il comandante dei Biancoverdi, inizi a parlare: Vi porto gli ordini dello Capitano del Popolo pistoiese, lo perfettissimo messere Filippo de' li Tedici: scegliete una scorta per andare a proporre una trattativa al comandante dell'esercito ghibellino Castruccio Castracani. Queste sono le condizioni che dovrete ottenere... gli porse una pergamena arrotolata con il sigillo laccato del Capitano del Popolo.
Le mani di Ruggero l'aprirono e inizi la lettura, mentre la sua espressione mutava in risentimento, fino allo sdegno.
Alzando lo sguardo verso l'ufficiale ringhi: Mi viene chiesto di negoziare una resa? Ma  assurdo! Stiamo contrastando bene i loro attacchi. Se riuscissimo a resistere ancora qualche giorno, anche loro si ritroveranno a corto di risorse e potremo negoziare una resa assai pi vantaggiosa per noi e....
Tacete! riecheggi una voce autorevole nel chiostro del
lazzaretto, zittendo tutti.
Era il vescovo Ildebrando accompagnato dalla propria scorta, formata dalla guardia scelta e da un gruppetto di altri preti
Il volto dall'aria austera era incorniciato dalle fasce della mitria e la pianeta era ornata da filamenti aurei intrecciati in immagini liturgiche. Le mani guantate di bianco reggevano il bastone pastorale. E cos rigoroso aggiunse: Ottenendo immediatamente una resa salveremo decine di anime e la citt non verr saccheggiata. La vostra volont di combattere implicherebbe solo il versamento di altro sangue dei figli di questa citt.
Ruggero scatt in piedi avvicinandosi di qualche passo al vescovo, che alz le mani per la paura. Subito le guardie vescovili si frapposero e due picche gli puntavano la gola mentre un balestriere lo teneva sotto tiro.
Anche i mercenari dei Tedici estrassero la spada contro di lui.
Un soldato Biancoverde che attendeva le cure raccolse coraggiosamente la sua spada per accorrere in aiuto del suo comandante, ma un gesto deciso di Ruggero lo fece desistere dal proseguire.
Con la lama di una picca sotto il mento, sibil a denti stretti: Il Castracani far a brandelli la vostra richiesta e ve la caccer su per il deretano!  deciso a saccheggiare la citt e non cambier idea. Agendo in tal modo gli faciliterete solamente le cose. Siete degli inetti.
Ildebrando scosse la testa con l'espressione di chi non ammette obiezioni. Voi siete folle. Un folle che osa mettere in dubbio la parola dello Signore di cui io sono il delegato. In altre circostanze avreste subito un processo e la piazza sarebbe gremita di gente che vi avrebbe visto penzolare da una forca... Solo gli avvenimenti contingenti mi impongono di lasciarvi libero.
A Ruggero scapp una risata amara. Distruggeranno tutto, comprese le mura della vostra ricca dimora.
La sua ira mont anche per il fatto di essere stato scelto appositamente per quella assurda spedizione: sapevano che lasciare vivo l'accampamento dei lucchesi era cosa praticamente impossibile e che lui non avrebbe potuto rifiutarsi, o sarebbe stato impiccato per alto tradimento.
Non andrete solo. Lui verr con voi. Indic un prelato che si fece avanti appena venne presentato. E padre Guglielmo. Studioso di diplomazia e delle arti di guerra. Vi sar assai utile il suo sostegno, al cospetto del Castracani.
Guglielmo avanz portandosi di fronte a Ruggero, che lo guardava con disistima. Aveva movenze effeminate e vestiva in maniera sontuosa. Una grossa croce d'oro pendeva da una catena dello stesso metallo.
Vi deruberanno. Dopodich sgozzeranno entrambi sentenzi il comandante Biancoverde.
Ho risolto controversie di questo genere in passato. Ho parlato con ambasciatori, conti, principi e re. Ho perorato una causa del santo padre, che  andata a buon fine facendogli ottenere terre e ricchezze e due forzieri colmi di scudi d'oro. Senza di me non andrete lontano.
Sar il vostro stesso naso a sentire il puzzo delle budella mentre vi squarteranno. Con quest'ultimo scambio di battute, si concluse il colloquio.
Gi il vescovo si aggirava tra i feriti dispensando benedizioni, mentre i suoi sacerdoti ungevano le fronti.
Con la coda dell'occhio Ruggero si accorse che Isotta teneva stretto in una mano il manico di uno stiletto la cui lama era occultata in una manica. Palesemente aveva l'intenzione di attentare alla vita del vescovo e, vista la sua espressione, non era escluso che trovasse il coraggio di farlo.
Le si avvicin, prendendole le spalle tra le mani come se la volesse solamente ringraziare e renderle saluto. Dolce Isotta desistete! le sussurr fingendo di sorriderle.
Lei si mostr confusa, ma non lasciava lo stiletto.
A quel punto Ruggero insistette: Non riuscireste neppure a sfiorarlo: avete visto ci che  accaduto poco fa?  circondato da troppe guardie armate. Le lasci il tempo di ragionare e quando la vide mollare l'impugnatura, la strinse a s. Tempo al tempo. Pagheranno per le loro malefatte. Vi do la mia parola che pagheranno le sussurr dolcemente.
La lasci per consentire finalmente a Martino di fasciargli la ferita. Conclusa la medicazione, torn a vestire l'usbergo sopra la tunica biancoverde, calz l'elmo e assicur il cinturone con la spada al suo fianco. Adesso era di nuovo pronto. Gli avevano assegnato una missione da compiere.
Dall'alto dei camminamenti Bastiano non credeva ai suoi occhi: la delegazione aveva lasciato la citt in direzione dell'accampamento nemico. Davanti c'era il suo comandante, seguito dal prete e dagli armati, che tenevano gli scudi legati sulla schiena. Ruggero non aveva voluto la scorta dei Biancoverdi perch era certo che nessuno avrebbe fatto ritorno vivo. Gli vennero cos assegnate dieci guardie vescovili, pi per la tutela dell'ambasciatore Guglielmo che per la sua.
Lentamente, il gruppo scomparve, inghiottito da una fitta caligine che non permetteva neppure di vedere gli attendamenti nemici.
Quando le sentinelle lucchesi li videro, diedero subito l'allarme. Una torma di cavalieri usc, scortandoli dentro l'accampamento. Si lev un brusio seguito da urla che invitavano a giustiziarli tutti e a lanciare le loro teste oltre le mura.
Ruggero deglut saliva amara, ma sapeva che doveva ostentare calma e controllo. In silenzio imprecava contro la sorte per averlo condotto a quel punto.
Quando Castruccio Castracani usc dalla sua tenda seguito dagli alti ufficiali e dai consiglieri di guerra, rimase allibito. Pistoia aveva inviato una delegazione: erano cos presuntuosi?
Nell'accampamento cal il silenzio, mentre i suoi occhi studiarono i volti del cavaliere e del prete. Avvicinandosi per primo a Ruggero, gli chiese: Siete forse impazzito per presentarvi al mio cospetto?.
La prudenza di Ruggero gli impose il silenzio, che avrebbe indotto l'altro a porgergli altre domande.
Dunque? Rispondete, chi vi manda? ringhi Castruccio facendosi udire da tutti.
Signore, ho con me la spada poich sono un cavaliere e le nostre regole impongono di non lasciarla mai in altrui mano. Le parole nostre regole non erano state una casualit, perch cos facendo si era messo al pari del Castruccio, anch'egli nel rango dei cavalieri. Poi prosegu: Sono Ruggero da Suio, inviato dal Capitano del Popolo di Pistoia per negoziare.
Udendo quel nome, il Castracani sobbalz. Voi? Siete voi che difendete la Porta Gaialdatica? Poi, con un crescendo di ira, prosegu:  a causa vostra che ho perso ben due reparti, con gli uomini incendiati come torce?.
Estrasse fulmineo la spada, facendo pensare a Ruggero che fosse giunta la sua ora. Invece Castruccio ferm il suo impeto cos come era nato. In modo pi ragionevole chiese: Hanno affidato la difesa di quel tratto di mura a un valido comandante.
Vi ringrazio. Da un guerriero come voi  una dimostrazione di stima assai apprezzata rispose Ruggero.
Castruccio scoppi in una risata fragorosa.
A quel punto irruppe Guglielmo: Vi proponiamo il negoziato di una resa.
L'imponente mole del condottiero lucchese, con la corazza coperta dal mantello porpora che ricordava lontanamente, ma volutamente, i generali dell'antica Roma, si immobilizz. Voltandosi inchiod con lo sguardo Guglielmo, che adesso gli porgeva il messaggio del Capitano del Popolo.
Il mio vescovo Ildebrando, legato papale in Pistoia, vi invia questo dono gli porgeva adesso una croce tempestata di pietre preziose mentre stringeva le labbra tenendo il mento alto.
Castruccio lo guard dalla testa ai piedi, che erano avvolti in soffici calzature di velluto rosso insozzate di fanghiglia.
E voi... chi siete? domand con voce ironicamente dolce.
Il prete rispose subito: Guglielmo da Piuvica, mio signore. Eccello nell'arte della diplomazia e sua grazia il vescovo mi ha affidato questo delicato incarico affinch io vi induca al negoziato...
Uno schiaffo sferrato con forza dalla mano avvolta dal guanto corazzato lo fece volare di qualche metro. Rialzandosi dal fango e piagnucolante, Guglielmo si port la mano al naso che sanguinava.
Castruccio si inginocchi sibilando: Voi, donnicciola, volete indurre me al negoziato? Voi? chiese, afferrandolo con entrambe le mani e sorreggendolo sospeso in aria. Portandogli il volto talmente vicino che i nasi quasi si sfioravano, prosegu: Voi? Insulso e vomitevole individuo avreste il compito di modificare le mie intenzioni?.
Guglielmo fece uno sbaglio dopo l'altro. In preda al terrore si rivolse alla sua scorta urlando: Cosa aspettate a intervenire?.
Ovviamente nessun soldato accenn neppure a muoversi. Ma ci non bast purtroppo per loro e Castruccio lanci lontano il prete, mandandolo a sbattere su una serie di scudi poggiati su un'asse. Avanz deciso verso le guardie e con un rapido colpo di spada ne decapit il primo che gli era a tiro, il cui corpo si afflosci al suolo seguendo la testa.
Gli altri, colti dal panico, gettarono le loro armi inginocchiandosi.
Ruggendo di rabbia il Castracani ordin: Squartateli e lanciateli assieme alle loro viscere oltre le mura!.
Eseguendo gli ordini i lucchesi li bloccarono e, uno per volta, incuranti delle urla di supplica, li squartarono con delle grosse asce. A uno di quei disgraziati vennero staccate le braccia e le gambe; il suo corpo a brandelli venne caricato nella cucchia- ra del mangano e poi lanciato oltre la cortina muraria pistoiese. Anche gli altri corpi senza vita vennero caricati sulle catapulte e proiettati.
Ruggero immagin lo sgomento di chi avesse visto ricadere quei corpi sventrati.
Il pianto e le suppliche di Guglielmo attirarono nuovamente l'attenzione del condottiero lucchese, che gli si avvicin. Scoppiando a ridere si rivolse alle sue truppe: E vostro!.
Il prete accenn un goffo tentativo di fuga ma, come era prevedibile, venne bloccato da un gruppo di alabardieri, che
lo trascinarono vicino al loro bivacco. Lo spogliarono strappandogli le vesti di dosso e lo costrinsero a poggiare la faccia sull'erba bagnata e fredda. Tra le risate e le frasi di scherno, ne abusarono. L'ultimo di essi sorseggiava vino da una caraffa che reggeva con una mano, mentre con l'altra si poggiava alla schiena del malcapitato, che piangeva e mugolava di afflizione.
Venite... La voce del Castracani era tornata sobria e invitava Ruggero a seguirlo nella sua tenda.
Il condottiero gli porse una coppa di vino mostrandogli il senso di quel gesto, ossia il ricevere l'offerta direttamente dalle mani del principale nemico.
Apprezzo questo gesto e bevo alla vostra salute replic Ruggero.
Non mi sembrate scosso per la sorte di quegli uomini lo stuzzic il lucchese.
Vi sbagliate, signore. Sono infelice per quei soldati, colpevoli solo di aver eseguito l'ordine meschino di scortare la delegazione, ma quel prete e il suo vescovo non mi sono mai piaciuti.
Gli ufficiali risero.
Capisco. Cambiando rapidamente discorso, Castruccio punzecchi ancora l'interlocutore. Per quanto tempo pensate di resistere? domand, fingendo di essere interessato pi alla coscia d'agnello che alla risposta.
Le mura sono solide, ben poste e non ci sono epidemie in corso. Temo che tornerete dalle vostre parti prima di quanto pensiate con met della forza che avevate condotto fin qui os Ruggero finendo di bere dalla coppa.
Stavolta nessuno si arrischi a ridere. La risposta aveva un tono arrogante.
Castruccio sospir forte. Eppure vi mandano qui a proporre una resa condizionata.
Avete ragione... ma, come vi dicevo, non sono d'accordo con loro. La casata per la quale presto servizio  avversa al vescovo quanto ai Tedici e ai Cancellieri. Credo non siano nomi a voi sconosciuti, o le vostre spie non si guadagnerebbero le vostre ricompense.
Dunque difendete una citt che non vi appartiene, in aperto contrasto con le autorit? Mi confondete.
Il loro intento infatti era quello di farmi fare la fine di quei poveretti. Indic fuori la tenda a ricordare i soldati di scorta fatti a pezzi.
Non  ancora detto che non lanceremo le vostre viscere sui tetti delle case.
Non sono per nulla tranquillo difatti. Si tratta di un rischio concreto.
Sapete, gli assedi mi spossano al punto che perdo la clemenza oltre alla pazienza.
Avrei voluto confessarmi prima della fine dei miei giorni, ma
credo che non ci siano pi preti disponibili... Indic oltre
lo spiraglio dell'ingresso della tenda, dal quale si scorgeva Guglielmo che chiedeva piet agli alabardieri che gli urinavano addosso. Castruccio rise.
Dal posto in cui si trovava, Ruggero riusciva a sentire i rumori delle macchine d'assedio che continuavano i lanci, ci nonostante non vi era il riscontro esplodente. Cercando di celare l'interesse per la cosa prosegu la conversazione, ma al condottiero lucchese non sfugg il leggero calo di attenzione.
Vi chiedete perch non esplodono, vero? chiese spiazzandolo.
Ruggero decise di rispondere sinceramente: S. Infatti.
Castruccio scatt facendo per uscire dalla tenda. Seguitemi gli ordin.
Quando fu al suo fianco, Ruggero avvert un lezzo provenire dalle catapulte poste a qualche lega di distanza. Vedendo scattare una delle aste, scopr che lanciavano animali morti e in putrefazione.
Ah... appunto, le epidemie constat il Biancoverde.
Soddisfatto? Castruccio lo guardava dall'alto della sua statura.
Spero che nessuna di quelle carcasse abbia colpito i miei uomini... sarei costretto a fare una sortita e massacrarvi tutti fu la risposta secca.
La risata del lucchese fu cos forte che fece girare i soldati.
Mi consentite l'onore di avervi alla mia tavola questa sera? propose infine.
L'onore sarebbe mio, signore accett Ruggero.

Pistoia, palazzo vescovile.
Mio Signore, salva le nostre anime! San Gregorio non permettere ai profanatori ghibellini di portare le loro bestemmie nella nostra citt. Santa Tecla, proteggi le donne e i bambini. Santa Vergine impedisci il saccheggio... Sentendo le voci del vescovo e del maestro di cerimonie, Isadora si fece velocemente il segno della croce correndogli incontro.
Ildebrando liquid il consigliere e dispose alle due guardie di sostare fuori dalla porta, in arme. I servi attizzarono il fuoco posando un vassoio con dei tranci di carne arrostita nelle cucine del torrione.
Mio amato, ero angustiata dal vostro ritardo, temevo vi fosse accaduto qualcosa esord prendendolo per il braccio.
Il Signore mi protegge...
Lav le mani in una tinozza, asciugandole con un panno di lino bianco. E per riconoscenza ho fatto opera di misericordia, proprio come impongono le Sacre Scritture, anche se mi  parso vano, poich ognuno di noi dovr comunque rendere conto delle proprie esistenze peccaminose una volta giunto al suo magnifico cospetto. Concludendo la frase le avvolse un braccio alla schiena, attirandola a s. Dopo qualche breve istante in cui sent il respiro di lei sul volto, la baci con vigore.
Ricambiandolo avidamente, lei gli lanci un'occhiata di sfida quando si liber dell'ultimo velo.

Porta Gaialdatica. Pomeriggio.
Si torceva le mani a causa della tensione, Bastiano, che aveva assistito al lancio dei corpi smembrati. Fortunatamente aveva saputo che tra essi non vi era n il sacerdote n il suo amico Ruggero. Si poteva ancora sperare, dunque, anche se il sospetto che lo avessero trattenuto come ostaggio si faceva sempre pi forte.
Concluso il lancio delle carcasse animali che si erano sfracellate sui tetti e sui muri delle case e nei vicoli, dalle linee nemiche non giungeva pi nulla. Evidentemente stavano preparando il nuovo assalto.
Dovevano farsi trovare pronti. In assenza del comandante, aveva provveduto di sua sponte a organizzare i turni di guardia in modo da permettere ai soldati di riposare quanto pi possibile anche se, in realt, essi, appena liberi, correvano a vedere le loro famiglie.
Un drappello di arcieri doveva tuttavia rimanere sulle mura, cos come si doveva tenere un fuoco acceso per bollire l'olio e la pece.
Adesso per era giunto il suo momento, le palpebre si facevano pesanti e le gambe erano di giunco. Si appoggi su alcuni sacchi di farro e cal l'elmo sugli occhi. Con la speranza che al suo risveglio Ruggero avesse fatto ritorno, si addorment.

Palazzo del Comune. Tardo pomeriggio.
Il lancio dei corpi dei nostri soldati ha creato molto sgomento tra il popolo, signore. Il maestro di cerimonie era preoccupato per la reazione lucchese al negoziato.
Ad ascoltarlo c'era un annoiato Filippo, che aveva fatto inviare quella delegazione proprio per quel motivo. Si trattava di un'idea che gli era venuta durante una notte insonne. Purtroppo, per, tra quei resti non vi erano quelli della carogna che turbava i suoi sogni e neppure Genserico era riuscito a eliminarlo. Quel dannato Ruggero pareva in grado di scamparla sempre. Per quanto ne sapeva, era ancora vivo.
Inoltre, il fatto che la sua fosse stata la difesa meglio approntata lo mandava su tutte le furie. Fu in quella stessa notte che decise che l'invio di una delegazione era una bella possibilit per sbarazzarsi di lui: il Castracani non era notoriamente il tipo da accettare compromessi; era un conquistatore senza scrupoli, e la testa di Ruggero sarebbe presto rotolata dinnanzi ai suoi piedi.
La risata che interruppe quei pensieri stup il maestro di cerimonie, che guard allibito il suo signore, convinto che stesse delirando. Proporrei un messaggio di cordoglio da inviare al nostro amato vescovo, se desiderate chiamo subito lo scrivano e...
No. La storia  chiusa ormai: la delegazione ha fallito, non ci saranno compromessi n salvacondotti. Lasciatemi ora e rintracciatemi Pancrazio dispose Filippo, lasciandosi cadere sul seggio.

Lazzaretto.
Le mani di Isotta si muovevano esperte nel fasciare una ferita appena suturata.
Martino de' Vigiseldi era impegnato dall'altra parte del porticato, dove erano stati posizionati i tavolacci su cui venivano operati i pi gravi. Tre uomini reggevano forte un ferito a cui il medicus avrebbe amputato l'avambraccio. Le sue urla rendevano impossibile agli altri degenti un discreto riposo.
Bast un'occhiata a farle capire che gli serviva il suo aiuto. Martino l'accolse con un sorriso appena gli fu vicina. Arroventa il ferro per la cauterizzazione e affilami quella spatola le disse.
Guidata dall'istinto lanci il ferro nel braciere e, contemporaneamente, raccolse la spatola dalla tavolaccia, cercando una pietra su cui arrotarla.
Mentre passava ripetutamente la lama sulla pietra, la sua mente vag.
I ricordi dei momenti in cui aveva conosciuto Ruggero, le occhiate d'intesa e quella stretta allo stomaco, le insolenze che non le dispiacevano affatto e quel bacio cos...
Ma le cose belle di quei ricordi sfumarono velocemente, lasciando spazio a reminiscenze tragiche: la casa lambita dalle fiamme, il padre divenuto folle, Isadora prostituitasi per sfamarsi, la sua stessa misera fine, costretta a elemosinare stracci da indossare e a cucinare per le monache di clausura, ricavandone solamente la propria misera parte.
Isotta... dobbiamo fare in fretta. Isotta? Il richiamo di Martino dissolvette i suoi pensieri.
Scossa, port la spatola al medicus, scoprendo con disgusto che aveva gi iniziato a segare l'arto del paziente. Per contenere le urla di quel poveretto, l'avevano costretto a mordere un legno e con dei panni gli premevano sulla bocca, mentre il suo corpo veniva retto da improvvisati aiutanti.
Isotta segu con lo sguardo la parte asportata, che cadde sul pavimento con un tonfo rivoltante; prontamente la mano di Martino afferr dalla sua la spatola, con cui rimuoveva i lembi di carne per poi cauterizzare la ferita.
La ragazza avvert una vertigine e un forte senso di nausea. Aveva bisogno di uscire. And a lavarsi le mani in una tinozza e le asciug nella veste mentre si affrettava a uscire dal lazzaretto, divenuto una sorta di incubo dal quale scappare, anche se per poco tempo.
Una ventata fredda le sferz il volto e ne fu grata, perch parve portarsi via quella brutta sensazione che l'opprimeva. Camminando pigramente per i vicoli, giunse alla Porta
Gaialdatica, dove i Biancoverdi si davano un gran da fare a portare pietre sulle mura e a preparare le balle di fieno per respingere gli assalti. Un soldato metteva in fila gli scudi, altri recuperavano le frecce dei nemici adattandole ai propri archi. I segni degli attacchi subiti erano evidenti.
I suoi occhi cercavano frenetici Ruggero, senza trovarlo. Che fosse tornato alla dimora dei Pucci? Rinchiusa nel lazzaretto, non aveva saputo l'esito della delegazione impostagli dal Capitano del Popolo.
Isotta si sent chiamare. Voltandosi, vide Bastiano che le andava incontro.
Isotta... state bene, sia lodato il Signore! l'abbracci.
Sono felice che anche voi siate vivo rispose lietamente lei.
Lo sguardo di Bastiano si fece subito serio. Cercate Ruggero? Non sapete nulla?
Isotta avvert il bisogno di sedersi. Le braccia forti dell'altro la sorressero fino a un tavolaccio.
Cosa  accaduto? chiese in poco pi di un sussurro.
I lucchesi hanno sterminato la delegazione. I loro resti sono stati catapultati nelle mura. Leggendo il terrore negli occhi della ragazza, Bastiano si affrett a spiegare: Tuttavia, tra essi non vi era il nostro caro.
Il volto di Isotta si affoss tra le braccia di Bastiano, il suo pianto lo costrinse a non parlarle oltre.
Occhi invadenti e inopportuni osservarono la scena da un angolo protetto. Genserico, la spia al soldo di Filippo, aveva scoperto qualcosa che forse il suo padrone avrebbe remunerato adeguatamente.

Accampamento ghibellino. Crepuscolo.
Ho una dimora dalle part di Luni. Al tramonto il sole rischiara tutto di un rosso fiammeggiante che riempie l'orizzonte dove quel grande tuorlo svanisce nel mare. I profumi sono cos intensi e gradevoli che pare di stare nell'aldil.
Lo sguardo di Ruggero si volse anch'esso verso le montagne oltre le quali svaniva la luce rossa del sole calante. Dalle mie parti  la stessa cosa si limit a rispondere.
Sono un combattente nato. Da bambino, mio padre mi ha affidato a un cavaliere come scudiero, poi la scuola di guerra e infine, per nobilt e per scelta di vita, la nomina a cavaliere. Sento la guerra come una necessaria faccenda senza la quale non esisterebbero regni e feudi raccont il lucchese.
Ruggero si accigli: l'ultimo concetto non gli era molto chiaro. La sua attenzione era tutta per un gruppo di arcieri che tornavano dai boschi trascinando due grossi cervi.
Castruccio lo guard come si potrebbe fare con un allievo.  la guerra l'arte indispensabile per un uomo. N la preghiera n la scienza: la guerra. Tutti si servono dei signori della guerra, dai re ai papi ai feudatari alle corporazioni. Ecco ci che sono: l'essenziale strumento da puntare contro il nemico. Ed ecco perch sono al soldo del miglior offerente, anche se di questi tempi favorisco l'imperatore pi di chiunque altro.
Non seguite la vostra coscienza, dunque?
La coscienza  per i deboli. No... niente affatto, io seguo gli ideali di battaglia, l'odore dolce del sangue; sono attirato dalle grida di battaglia, assetato di vittoria e avverto un fremito al ventre quando  la mia lama a trapassare lo sterno di un nemico.
Lo squillo di una tromba avvis tutti che era il momento del rancio.
A passo lento i due fecero rientro nella tenda, dove li attendevano i cavalieri e gli ufficiali davanti a un banchetto, i quali scattarono nel saluto militare alla vista del loro comandante. In modo reverenziale tutti attesero che fosse Castruccio a sedere per primo, poi si accomodarono seguendo un ordine prestabilito: i nobili al suo fianco, poi i cavalieri e pi lontani, infine, gli ufficiali. A Ruggero venne concesso un seggio oltre questi ultimi.
I servi iniziarono a offrire portate prevalentemente di carne arrostita. Le battute sarcastiche nei confronti dell'indole al tradimento pistoiese fecero ridere molto Castruccio, che replicava con altri aneddoti e racconti che, in realt, miravano decisamente a rendere suscettibile il suo ospite. Tutti si zittirono quando Castruccio alz la coppa con il vino e, inchiodandolo con lo sguardo, sibil: Raccontateci di voi... aggiungete qualche particolare interessante a quanto mi hanno gi riferito le spie: siete il pi odiato dalla nobilt pistoiese eppure ne difendete le mura. Provenite da una zona meridionale della penisola, ma siete qui a combattere per un popolo non vostro. Spiegateci.
Ruggero inghiott frettolosamente il boccone prima di riordinare le idee e accontentare i presenti.
Ero un Ospitaliere. Ho combattuto molto in Terra Santa e sono stato a un passo dalla morte. Approfittando di una tempesta di sabbia, sono fuggito dagli infedeli e mi sono fermato a Pistoia, spossato dal viaggio. Gli eventi poi hanno fatto s che venissi assoldato da un nobile banchiere e nominato comandante delle sue milizie. E adesso eccomi, dinnanzi al condottiero pi temuto della cristianit. Alz anch'egli il calice in segno di rispetto.
Temuto anche da voi? lo provoc il Castracani.
No fu la ferma risposta del Biancoverde.
Ne avrete quando vi punter la spada alla gola.
Dovrete prima entrare nelle mura contest Ruggero e magari vi passer la voglia di ilarit quando tra pochi giorni conterete i soldati che vi rimarranno.
Gli occhi di Castruccio scintillarono di acume: peccato averlo come avversario, pens. Porter la vostra testa con me quando mi recher in trionfo dall'imperatore.
Era giunto il momento di perdere dignitosamente, comprese Ruggero. Ve lo sarete meritato allora.
Con una risata, che non aveva certamente il gusto dell'amicizia, il breve battibecco ebbe termine. La serata prosegu in conversazioni inerenti la guerra e la politica, senza comunque addentrarsi in dettagli riguardanti la battaglia in atto.
Congedandolo, il Castracani non consegn al comandante Biancoverde alcun messaggio per il Capitano del Popolo e la cosa lo sorprese alquanto. Tuttavia, fece finta di niente e mont a cavallo. Il palafreniere, raccogliendo le briglie, lo indirizz verso la citt.
Vi siete dimostrato un valoroso in pi occasioni.  giusto farvi morire con la spada in mano.
Un servo gli strinse le cinghie della corazza.
Vi rendo saluto allora. Fece un gesto di commiato verso il comandante lucchese, che rispose con garbo.
Spronando ai fianchi il cavallo, Ruggero lasci l'accampamento nemico.
Era buio quando giunse alle mura. Nonostante la leggera bruma, si vedevano le luci delle lampade e dei bracieri che proiettavano ombre tremolanti in basso. Attravers la distesa cosparsa di corpi aggrediti dai corvi e dai cani. Laddove si espandevano gli orti e i meleti, ora vi erano solo le tetre testimonianze della battaglia del giorno prima.
Sotto la Porta Gaialdatica si fece notare dalle sentinelle, che subito avvisarono Bastiano; questi usc incontro all'amico, aprendo le braccia in un caloroso abbraccio.
Contemporaneamente, mezza dozzina di fanti sortirono coprendo il rientro del loro comandante, temendo si trattasse di un inganno del nemico per costringerli ad aprire la posterla. Smontato da cavallo, Ruggero strinse l'amico. Li ho sterminati... l'impresa ha richiesto del tempo ma... gioc.
Smettetela di scherzare. Eravamo in pensiero per voi. Filippo gi pretendeva che passassimo sotto il suo comando. I suoi sgherri se ne sono andati a pedate nel sedere, ve lo assicuro!
Il brusio delle risate sommosse dei soldad sciolse la tensione.
Ma ne parleremo pi tardi. Bentornato, amico. Entriamo adesso lo esort Bastiano.
Richiusa la posterla, Bastiano tir forte l'amico lanciandogli un'occhiata dal senso devo parlarvi da solo e trascinandolo sotto la tettoia, vicino alle ultime botti di birra rimaste.
L'espressione interrogativa di Ruggero ebbe presto risposta.
Isotta  stata qua. Vi cercava. Le ho spiegato che eravate ancora all'attendamento nemico e in lei ho visto crescere l'apprensione per le vostre sorti. Capite cosa intendo dire?
Il cuore di Ruggero parve colmarsi di vigore, l'animo si riemp di letizia e la stanchezza svan. Isotta lo aveva cercato... lo aveva perdonato? Aveva capito che la colpa di quel che era successo non era stata sua?
Vi ha detto altro? chiese, bramando gi di incontrarla.
No, ma... Bastiano era costernato di non poter aggiungere altro, ma pareva non avere nessuna importanza poich Ruggero era guizzato via sparendo dietro l'angolo di un vicolo.
Corse come un forsennato fino a raggiungere il lazzeretto in cui l'aveva rivista dopo tanto tempo. Ansimando, si blocc di fronte la porta socchiusa. Entr silenziosamente accorgendosi che molti degenti dormivano.
Vide Martino de' Vigiseldi seduto con la schiena appoggiata a una colonna. La coperta in cui era avvolto lasciava scoperto solamente il volto e Ruggero lo credette in preda agli incubi, visti i tratti tirati nonostante dormisse.
Avanz tra i pagliericci alla ricerca di Isotta, ma non ebbe l'esito desiderato. Si rimprover di non aver cercato meglio, ma dopo aver ricontrollato ogni angolo non ne trov comunque traccia. Decise cos di ritirarsi. Avrebbe riprovato l'indomani.
Si avvi sconfortato verso la Porta. A parte le sentinelle sui camminamenti che si scaldavano ai bracieri, tutti riposavano.
Decise che era arrivato anche il suo turno e, dopo aver scelto uno spazio libero, un'infossatura nella parete che in origine serviva per le merci da tenere lontane dall'umidit, si avvolse nel mantello, si accomod, per quanto riusc, e non gli fu difficile addormentarsi.
Appostato sopra la gronda di un ricovero per maiali, Genserico prese atto del ritorno, sano e salvo, del comandante Biancoverde. Discese il muretto, cercando di fare meno rumore possibile, e si avvicin celato dall'oscurit. Sfoder il pugnale pronto a sferrare un colpo che non avrebbe lasciato scampo alla vittima. Si accovacci su Ruggero dormiente. Un rumore di passi per lo costrinse a desistere dall'intento omicida. Occult l'arma nella manica del mantello, fingendo di cercare qualcosa da mangiare.
Quando vide apparire il drappello di soldati che avrebbe dato il cambio di guardia sulle mura, si copr col mantello lacero e si finse un mendicante affamato. Avete del pane per me, che non pranzo da giorni? domand.
Non abbiamo nulla qui per voi, mendicante. Dovrete cercare altrove lo respinse uno di quelli, scansandolo e passando oltre.
Genserico prefer andarsene. Avrebbe portato a termine il suo compito in un altro momento.

Palazzo del Comune. Notte fonda.
Con la rabbia che gli montava un passo dopo l'altro, Filippo si port nella sala delle udienze, accompagnato dalla sua guardia scelta.
Vi trov Genserico, che giocherellava con la punta del suo pugnale. Alz lo sguardo, in cui pass un lampo di
perspicacia. Mio signore, ho un paio di nuove che potrebbero risultarvi utili.
Filippo ringhi, puntandogli il dito contro: Lo spero! Non vedo ceste, quindi devo supporre che la testa di Ruggero da Suio sia ancora attaccata al suo corpo. State attento, ve lo consiglio. O sar la vostra, di testa, a cadere.
Genserico si pieg in un inchino tra il plateale e il sottomesso. Mio signore, ho solamente un padrone e lo servo al meglio delle mie possibilit.
E al massimo dei compensi ribatt il nobile gi pi propenso ad ascoltarlo. Sentiamo cosa avete da riferire.
La spia inizi a parlare: Ruggero ha fatto rientro indenne dall'accampamento ghibellino. Sono stato in punto di
sgozzarlo, ma sono stato disturbato da un drappello di Biancoverdi di ronda.
Non chiamateli in quel modo! Non chiamateli mai pi in quel modo, intesi? url Filippo sputando tutto il suo fastidio nei confronti di quegli uomini e di quella parola.
Come volete aggiust immediatamente l'altro. I soldati... erano troppi, cos ho deciso di rimandare l'azione. Tuttavia,  un'altra la notizia che volevo portare alla vostra attenzione.
Fece un lungo attimo di pausa.
Continuate ordunque! l'esort Filippo.
Isotta  viva concluse, cosciente di aver fatto un bel centro.
A Filippo quasi cedettero le gambe. Il volto si contrasse in una smorfia di collera, mentre il cerimoniere scambi un'occhiata d'intesa con la spia.
Isotta... sussurr. Ebbene, Isotta  viva. Quella sgualdrina allora ha la pelle pi dura di una scrofa. Si volt di scatto verso Genserico. Dove si trova ora?
Presta opera di misericordia nel lazzeretto.  sempre molto
bella, anche se veste di stracci rise, convinto di aver detto cosa di spirito.
Sellate il mio cavallo e datemi una scorta! In fretta ordin il nobile prima di rientrare nelle sue stanze a indossare abiti e corazza da battaglia.
Intervenne a quel punto Pancrazio che, con presa solida, blocc il braccio del Capitano del Popolo, fuori di s per la notizia. Mio signore, cosa avete intenzione di fare?
Con gli occhi sbarrati, Filippo lo guard senza tuttavia degnarlo di attenzione e, come se parlasse a un immaginario feticcio, rispose: Vado da lei. Vado a riprenderla e le insegner che non si pu porre rifiuto a un Tedici. Io alz la voce sono un Tedici! fin per urlare.
Non trascorse molto tempo che la scorta venne approntata.
Calato l'elmo sul capo, con la mano guantata di maglia metallica, Filippo fece segno di avanzare; la faccia di Pancrazio mostrava un certo risentimento per la decisione. Il suo cavallo seguiva svogliato, a qualche metro di distanza, la turma in movimento.
La luce metallica della luna rischiarava i tetti e i muri e persino le macerie assumevano un'atmosfera irreale, eppure gradevole. La tregua concessa dal nemico serviva al popolo per godere gli ultimi momenti di pace. Era difficile che qualcuno dormisse sogni tranquilli, oppressi com'erano tutti da terrore e apprensione, tuttavia erano attimi di preghiera, amore, famiglia e riflessione.
La turma di Filippo attravers i vicoli al galoppo, facendo rimbombare lo scalpitio degli zoccoli e il nitrito sommesso dei cavalli in corsa. Giunti al cospetto del lazzaretto, Filippo salt gi dalla *** montura atterrando a pi pari. Consegn le redini allo scudiero e irruppe, senza curarsi che la sua scorta lo stesse seguendo, con la spada gi sguainata. Alla sua vista, una guardia si schiacci l'elmo sulla testa facendoglisi incontro.
La lama saett cos rapidamente che dalla bocca della guardia non usc uno strillo. Il suo corpo si afflosci sulle ginocchia mentre una macchia scarlatta si allargava nelle intersezioni delle piastrelle. Il rumore della sua picca sulla pavimentazione, invece, riecheggi nel chiostro, svegliando di soprassalto chiunque avesse ancora le forze per farlo.
Martino de' Vigiseldi si rese conto di cosa stava accadendo e si lanci verso i tavoli dove erano posati gli strumenti, alla ricerca disperata di qualcosa che gli consentisse di difendersi.
Pancrazio, silenzioso e scaltro come un gatto e forte come un ciclope, gli strinse il braccio attorno al collo, cogliendolo di sorpresa. Martino avvert un tuffo al cuore. Sperava nella clemenza degli assalitori nei confronti di un medicus.
Salutate questa terra gli sibil Pancrazio all'orecchio.
Non uccidetemi... non ho fatto nulla di male supplic Martino.
Di fronte apparve Filippo, che gli punt il coltello al ventre. Avvicinando il suo volto chiese: Siete amico di Ruggero da Suio, non  cos?.
Ho molti amici in citt, ma non sono schierato con nessuno, dovreste saperlo.
Non mentite! Razza di verme cagaterra, ammettete le vostre colpe! Confessatelo: gli siete amico? lo incalz, leggendo la riluttanza nei suoi occhi. Le mie spie riferiscono che l'avete salvato!
Il medicus fece un leggero e rassegnato segno con il capo, rispondendo affermativamente.
Allora sapete perch morite disse Filippo, mentre affondava la lama nel ventre del poveretto, attutendo le sue urla con la mano guantata.
Gli occhi di Martino si sbarrarono, riflettendo la fredda luce della luna, mentre scivolava esanime dalle braccia di Pancrazio. Isotta, nascosta nell'ombra, port le mani alla bocca, ma non riusc a contenere un grido che la svel.
Lo sguardo stralunato del rampollo dei Tedici percorse lentamente il perimetro del chiostro fino a fissarsi sulla ragazza, rannicchiata dietro una colonna.
Allora era vero, sei ancora viva... sussurr che gi aveva mosso i primi passi verso di lei.
Scattando rapidamente verso la porta dell'improvvisata farmacia, Isotta rovesci una fila di brocche che contenevano aceto e unguenti. Entrata nei locali sormontati da volte che facevano assomigliare il soffitto a un intreccio di nervature, fece forza sulla porta chiudendola. Freneticamente si volt da una parte e dall'altra alla ricerca dell'asse da assicurare nei grossi cardini; ma con una potente spallata, Pancrazio riapr i battenti con violenza.
La sensazione di panico le fece cedere le gambe, costringendola a cadere. Ma un impulso di coraggio, che neppure lei sapeva di avere, la fece camminare a gattoni verso il tavolo; vi era poggiato un alambicco, e, aggrappandosi, si rialz fronteggiando Filippo, a cui faceva da ombra il suo sgherro.
Cosa vuoi ancora da me? gli ringhi contro.
Brutta puttana, stanotte capirai che nessuna pu rifiutarmi disse, avvicinandosi sempre di pi con l'espressione di chi sta per compiere qualcosa di terribile.
Aiuto! Aiutatemi, vi prego! Le urla di disperazione si interruppero a causa di un manrovescio che la fece ricadere a terra.
Trascinandosi indietro sui gomiti, Isotta piagnucol, supplicando Filippo di non nuocerle, ma le sue parole sortirono l'effetto contrario, e lei stessa se ne rese conto nel momento in cui la mano forte di lui le strinse la gola, costringendola a voltarsi.
Si rivolse a Pancrazio: Lasciaci soli e chiudi la porta.
Il tagliagole fece segno di s ghignando complice, immaginando ci che sarebbe accaduto, e usc.
Quando il volto di Filippo torn a rivolgersi a Isotta, era tirato dall'ardore e dalla frenesia. Credi davvero che urlando accorra in tuo aiuto qualche degente febbricitante?
Vi prego, lasciatemi andare. Ve ne supplico per la grazia di santa Caterina, lasciatemi supplic lei, senza che gli occhi pieni di lacrime di disperazione scorgessero pi l'uomo che aveva di fronte.
Filippo non si lasci persuadere e la colp con un nuovo schiaffo. Il sapore del ferro in bocca fece capire alla ragazza di avere le labbra spaccate.
Con un gesto rapido le mani di Filippo le strapparono il corpetto, mettendo a nudo i seni. Adesso il suo sguardo era avido.
Estrasse il pugnale dal fodero e glielo avvicin al volto. State buona adesso o sar peggio per voi, avete capito bene? le disse a denti stretti.
Il volto impaurito di Isotta fece su e gi.
La mano libera e bramosa di Filippo adesso correva alla ricerca dell'intimo, fra la sottoveste che gli impediva di raggiungere ci che smaniava cos tanto. Anche la mano che stringeva il pugnale accorreva, lacerando le gonne in modo disordinato, pericoloso.
Con lo sguardo rivolto al culmine della volta, Isotta cedette alla disperazione. La mano importuna dell'aggressore gi la violava, oltraggiandola, ferendole l'animo oltre che il corpo.
Filippo adesso spingeva con tutta la foga che poteva metterci e grugniva come un maiale.
Dagli occhi le scendevano lacrime di rabbia. Le sue urla si erano disperse nel niente, permettendo cos, ancora una volta, a quel maledetto di annientare l'essenza sua e della sua famiglia-
Ma ancora nulla era del tutto perduto.
Filippo pos il pugnale per slacciarsi le brache. Per assicurarsi che non vi fosse alcuna reazione allo sfogo delle sue voglie contorte, la colp ancora con un pugno che le fece sanguinare anche il naso. Sta ferma dove sei! le disse.
Non esserne tanto sicuro..., pens lei, determinata a non cedere. Veloce come una gatta raccolse il pugnale e lo puntell sotto la gola del bastardo che le schiacciava il corpo sul pavimento.
Adesso alzatevi o far si che il vostro stesso peso vi squarti il collo lo minacci e, vedendo che le sue parole non sortivano l'effetto desiderato, spinse leggermente la lama in avanti lacerando la pelle. Una goccia apr il percorso al rigolo di sangue che percorse la lama fino all'impugnatura. Adesso mi avete compreso? insistette.
Filippo non ebbe altra soluzione che puntellarsi sulle braccia e alzare parte del busto. Le brache semi abbassate sulle ginocchia si rivelarono come una sorta di laccio che gli impediva i movimenti.
Isotta brand il coltello ancor pi determinata e si lanci verso l'interno del lazzeretto, dove si apriva un labirinto di biblioteche, stanze, laboratori e officine.
Pancrazio! Correte... ulul Filippo mentre cercava freneticamente di rimettersi le brache. Maledetta sgualdrina, non crederai di svanire nel nulla in una citt chiusa da un assedio vero?
Io ti trover... altrimenti lo faranno i miei sicari. Fuggite dunque, e godete degli ultimi istanti di vita che vi rimangono, dannata bastarda! sbrait cieco di rabbia.
Le porte della farmacia si spalancarono e apparve Pancrazio. Cos' accaduto, mio signore? domand. Non riusc a trattenere un sorriso di scherno.
Cosa avete da ridere, figlio di cagna? Inseguitela, da quella parte! ordin indicandogli il corridoio avvolto dall'oscurit.
Pancrazio si lanci all'inseguimento, ma solo finch fu sicuro che lo sguardo del suo signore lo raggiungesse. Dopo si mise a camminare lentamente, non voleva certo finire con la gola tagliata per seguire una puttana che serviva solamente a soddisfare le voglie di quel nobile viziato. Certamente no. Se la ragazza riusciva a svignarsela era cosa di poca importanza. E i capricci di Filippo lo avevano stufato.
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FINE Parte 3.